venerdì 2 settembre 2011

CONOSCETE LA PIETRA FILOSOFALE DELLO STRESS?

Sappiamo tutti che lo stress costa caro alle aziende e alle persone che ci lavorano. Bene che vada, lo stress riduce la motivazione, il coinvolgimento e la performance delle risorse, proiettando anche un’immagine negativa dell’azienda. Nei casi peggiori, danneggia anche seriamente la salute.
Una sconveniente verità: gestire lo stress in azienda comporta un po’ di lavoro, ma non gestirlo ne comporta ancora di più. Il famoso proiettile d’argento, che da solo ha il potere di annientare lo stress, purtroppo non esiste.
Una buona notizia: esiste però la pietra filosofale, che trasforma lo stress in qualcosa di positivo. E’ un approccio fatto di interventi articolati che accerchiano il problema. Un po’ di lavoro, ma meno complesso di quello che sembra.
Per conoscere le migliori pratiche di gestione dello stress in azienda, partecipa al nostro seminario gratuito sul nuovo approccio per ridurre lo stress aziendale oppure chiedici più informazioni.
Il seminario, offerto da Learning Edge srl si terrà il 16 Settembre 2011 dalle 17:30 alle 19:00 presso i nostri uffici in Viale Majno, 10 Milano.

PER RAGIONI ORGANIZZATIVE VI CHIEDIAMO CORTESEMENTE DI CONFERMARE LA PARTECIPAZIONE SCRIVENDO A LEARNINGEDGE
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domenica 27 febbraio 2011

Team building. I tempi difficili impongono un cambio di rotta


Paola Stringa su L'Impresa (gruppo Il Sole 24 Ore) intervista diversi attori del mondo della formazione sul tema del team e dei conflitti. C'è anche un mio contributo sull'uso dell'orienteering nel team building.
Se vuoi leggere, almeno l'inizio dell'intervista, clicca qui.
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sabato 22 gennaio 2011

Esperienze di formazione 2010


Con l'anno nuovo pubblico quello che ho fatto in quello vecchio.
Se vuoi approfondire clicca qui.
Buone esperienze per il 2011!
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lunedì 20 dicembre 2010

Quali competenze per aiutare i manager a crescere?

Il 1° dicembre l'Università di Trento ha organizzato una giornata di orientamento per gli studenti delle Facoltà Umanistiche.
Il mio intervento ovviamente era legato al tema della formazione e dello sviluppo delle persone nei contesti aziendali.
In particolare la domanda era: cosa c’entra la cultura umanistica con i manager e con le organizzazioni?
Abbiamo parlato di competenze e abilità umane più che umanistiche indispensabili per occuparsi di formazione e sviluppo. Ecco una piccola traccia della discussione.
  • Tutto quello che ci succede nella vita è utile
  • Si impara di più, ovviamente se non ci si piange addosso, dalle esperienze difficili
  • È meglio mettere passione in tutto quello che si fa
  • Ogni esperienza ha un senso, anche se in quel momento non sembra. Se non lo si trova subito, diventerà chiaro più avanti…
  • Le debolezze, a saperci lavorare su, si possono trasformare in punti di forza


  • Curiosità per l’essere umano
  • Ottimismo per il suo sviluppo
  • Saperlo comprendere, farsi intenerire dalle sue debolezze
  • Essere consapevoli che si impara qualcosa davvero da tutti
  • Saper ascoltare, ascoltare, ascoltare…

  • Partire sempre dall’esperienza dell’altro
  • Sapersi ascoltare e aiutare gli altri ad ascoltarsi
  • Imparare ed insegnare a rielaborare la propria esperienza
  • Saper gestire la propria incertezza per aiutare a gestire l’incertezza altrui
  • Sembrerà banale…ma saper riflettere
  • Essere consapevoli che ognuno è artefice del proprio destino


Cosa ci chiedono negli ultimi anni?
  • Cambiamento
  • Leadership ispirante/relazionale/diffusa…
  • Cambiamento
  • Conflitto
  • Cambiamento
  • Lavoro di squadra
  • Cambiamento
  • Proattività


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lunedì 29 novembre 2010

H-FACTOR


Il primo dicembre l'Università di Trento organizza una giornata di orientamento per gli studenti delle Facoltà Umanistiche. Sarò presente con una testimonianza. Vi racconto tutto nei prossimi giorni. Intanto potete andare a vedere qui! E questo è il resto. Continua a leggere!

lunedì 11 ottobre 2010

Lasciare spazio al dolore


Questa mattina, appena prima di iniziare un corso, ho saputo alla solita macchinetta del caffè, che una collega, ammalata da tre anni era morta ieri sera. Quando tutti sono arrivati in aula abbiamo cercato di capire cosa fosse meglio fare in quel momento. Continuare il corso o lasciare spazio al dolore? Tutti abbiamo sentito che era meglio la seconda ipotesi, anche se era lunedì mattina in un'industriosa azienda milanese tutti si meritavano il tempo per piangere la loro collega. Nei dieci minuti passati insieme a loro mi è venuta in mente una lettera inviata a Repubblica che mi aveva molto toccata e che ho voluto condividere. La pubblico anche qui.


Caro Augias

Ho saputo pochi mesi fa di avere più o meno sei mesi di vita. Leggo i giornali, compresa la sua rubrica, e i problemi mi sembrano quasi sempre così banali e che si perda tanto tempo mentre io non ne ho più. Sei mesi per salutare tutto, gli amici, l’azzurro del cielo, il mare che ho amato, il mondo che mi gira intorno in un vortice; per riordinare ricordi ed affetti, dargli un senso, capire per quale motivo ho vissuto; per guardare negli occhi chi ami e spiegargli che stai andando via e che non potrai più accarezzarlo, raccontargli i tuoi sogni, scrivergli una poesia, fare l’amore con lui, per abituarti al buio preludio del nulla.
Perché perdiamo tempo a nasconderci e ad accapigliarci per delle cazzate, a vivere come se fossimo eterni? Per me ogni azione ha un significato, questa lettera, il caos per strada, il pranzo, una carezza, vorrei rubare ogni istante per non restare solo quando la morte mi guarderà negli occhi.

Siamo esseri incapaci di amare finchè la realtà non ci porta a capire che tutto fugge e che a volte dovremo dargli un senso per ricordarci di aver veramente vissuto. Perdoni il mio sfogo ma vorrei che leggendo questa mia lettera ci si ricordasse per cinque minuti che nella vita è importante amare e dare affetto perché solo questo resta davvero quando te ne vai. Anch’io vorrei aver solo amato, per andarmene su un raggio di sole in un giorno qualsiasi senza voltarmi indietro. Avrà il coraggio di pubblicare questa lettera?



Risponde Augias:



Il coraggio non è nel pubblicare la lettera. Il coraggio è rispondere a una lettera come questa. Infatti non lo farò. Non io, che potrei dire?

Una sola cosa forse: la consapevolezza della morte è ciò che ci fa, unici tra gli esseri viventi, creature morali. Ma richiamare questa vecchia certezza serve a poco nel nostro caso. Trascrivo invece qualche riga da un’altra lettera. Anche se è stata scritta quasi duemila anni fa conserva intatto ogni valore.

Vi si legge: “Moriamo ogni giorno, ogni giorno ci viene tolta una parte della vita e quando ancora stiamo crescendo la vita diminuisce. Abbiamo perduto l’infanzia, poi la fanciullezza, poi la giovinezza. Tutto il tempo trascorso fino a ieri è perduto;anche la giornata che stiamo vivendo la dividiamo con la morte. Non è l’ultima goccia che svuota la clessidra ma tutta quella che è passata prima; allo stesso modo l’ultima ora nella quale cessiamo di vivere non è la sola che provoca la morte, ma è la sola che le da compimento; vi giungiamo ognuno nel momento dato, ma da lungo tempo vi eravamo avviati”.

Sono (molti le avranno riconosciute) alcune righe da una delle più intense, e più più lunghe, Lettere scritte da Seneca (Lett.24;20) al sua amico Lucilio prima di morire. Come spesso succede scrivendo, il dialogo a distanza di una corrispondenza, il flusso dei pensieri, tendono a trasformarsi in soliloquio, in occasione di autocoscienza. Tanto più in un uomo che stava per toccare i settant’anni, che aveva vissuto l’ebbrezza e le bassezze del potere e che nella saggezza finalmente raggiunta oltre che proclamata, poteva scrivere: “Disponiamo il nostro animo come se fossimo giunti al momento estremo. Non rimandiamo nulla; ogni giorno chiudiamo i conti con la vita” (Lett. 101;7).

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sabato 11 settembre 2010

Riprogettare la propria carriera


L’esperienza di UnBreakFast, libera associazione di professionisti in cerca di nuova occupazione.

Articolo pubblicato sulla rivista di AIDP, settembre 2010, n.3
Incontro di Luciana Zanon, formatrice e coach con Chiara Bonomi, Presidente dell’Associazione UnBreakFast

Essere buttati fuori dall’azienda dall’oggi al domani, non per demerito ma per ragioni legate alla crisi, è purtroppo un’esperienza che molti italiani hanno vissuto e stanno vivendo in questi due ultimi anni. È un’esperienza “democratica” nel senso che coinvolge tutti il livelli e tutti i settori.
Riprogettare la propria carriera diventa quindi una competenza indispensabile per far fronte ad un mercato del lavoro in continua turbolenza.
Ma come ci si sente quando si è buttati fuori, quali sono i momenti più difficili e soprattutto che cosa bisogna fare e cosa è bene cambiare?
Cominciano con queste domande il mio incontro con Chiara Bonomi, presidente e fondatrice di UnBreakFast, associazione che riunisce dirigenti, quadri e alte professionalità, temporaneamente inoccupati.

Chiara Bonomi: “L’idea dell’associazione nasce da una mia esperienza personale: ho fatto una brillante carriera e a 32 anni ero dirigente in un’importante azienda dell’information tecnology. Erano gli anni delle carriere veloci e io per carattere e priorità mi ci sono buttata. Ero il direttore della comunicazione quando la bolla è scoppiata e a seguito del crack finanziario mi sono ritrovata a casa con una buona uscita non pagata. Sono passata da una condizione di super lavoro al non aver niente da fare tutto il giorno. Come reagisci?
Ci sono diverse fasi: all’inizio stupore e godimento. Ti dici – stamattina dormo, poi vado a farmi la ceretta - insomma la sensazione di riappropriarsi del tempo. Poi subentra un forte senso di vuoto: è molto più forte la mattina, quando si è abituati a pianificare la giornata di lavoro. Alle volte diventa devastante, i colleghi sono al lavoro e la gente al mattino risponde meno alle telefonate.”

L’elaborazione del lutto, della perdita della vecchia identità è dunque il primo passaggio della trasformazione. Si può passare da momenti di euforia dove tutto è possibile a momenti di vuoto dove ci si percepisce come esclusi e inadeguati. Spesso l’emozione è la vergogna e non si riesce a parlare della propria nuova condizione con colleghi ed amici, qualche volta addiritttura neanche in famiglia. E’ necessario del tempo perché la perdita di identità professionale venga sostituita o integrata in un nuovo modo di percepirsi come individuo e come professionista.

Chiara Bonomi: “Più le persone hanno un impegno manageriale, più grandi le responsabilità e più questo passaggio è doloroso. Soprattutto per gli uomini, dove probabilmente l’dentità personale e quella professionale si sovvrappongono, il tempo di elaborazione è più lento. E ancora più fatica fanno quelle persone che nel loro passato professionale hanno sperimentato pochi cambiamenti: chi lavora da vent’anni sempre nella stessa azienda ha delle difficoltà enormi a rimettersi in discussione, alle volte addirittura l’incapacità di scrivere il proprio CV ”.

Essere padroni del proprio futuro purtroppo non può più voler dire essere certi di quello che ci accadrà. Questo è sempre stato vero ma lo è maggiormente in quest’epoca di cambiamenti impetuosi. Essere padroni del proprio futuro oggi vuol dire essere disposti a cambiare continuamente non nascondendosi i dati della realtà esterna, anche quelli che non ci piacciono. E nello stesso tempo avendo ben chiari i propri desideri, le proprie inclinazioni e le proprie priorità. La capacità di mantenere elevata la motivazione verso gli obiettivi nonostante la presenza di ostacoli, di difficoltà e disagio, essere insomma resilienti costituisce un fattore fondamentale ed una capacità più efficace ed evoluta rispetto al semplice “saper sopportare” passivamente.

L’obiettivo di UnBreakFast è quello di condividere l’esperienza ma anche di utilizzare questo momento di temporanea inattività (e non di disoccupazione) per riprogettare la propria carriera, con momenti di formazione e creazione di un un network di relazioni interpersonali: “La vita associativa tira fuori la generosità, dare una mano all’altro aiuta te stesso. Noi ci incontriamo il giovedì mattina (la mattina è il momento più difficile per chi non lavora) in un bar del centro di Milano e dopo un deliziosa colazione affrontiamo temi particolarmente utili che vanno dalla modalità di relazione con gli Head Hunter agli approfondimenti tecnici sulle nuove normative in tema di occupazione con il supporto di specialisti e professionisti del settore che spesso sono ospiti a colazione”.

E un passaggio importante è quello della valutazione e ri-valutazione delle proprie competenze che come sottolinea Chiara non sono solo quelle professionali ma anche le competenze di vita: “Ne escono bene le persone con una passione nella vita, a volte riescono a trasformarla in business o comunque a generare in modo creativo altre possibilità, ho visto mettere a frutto questa passione ad esempio organizzando compravendite su e-bay molto redditizie”.

Per molti riprogettare la propria carriera spesso vuol dire fare il balzo e decidere per l’attività free lance. Ma questo richiede dei veri e propri salti mentali, una diversa concezione del tempo, del denaro e del proprio modo di lavorare. “Bisogna diventare bravissimi a pensare per progetti e per funzioni. A fare il passaggio da cliente a fornitore, a imparare a non vergognarsi di vendere i propri progetti. Ma bisogna diventare anche molto operativi, fare tutto da sé, dalla strategia alle fotocopie. Organizzarsi un angolo di lavoro in casa, superando la necessità di avere per forza l’ufficio per avere lo status di persona occupata.”
In questo percorso diventa fondamentale l’arte di promuovere se stessi, la capacità di sviluppare un proprio marketing personale o personal branding, utilizzando per questo scopo tutti gli strumenti chhe anche il web può offrire.

Alle volte l’inoccupazione è l’occasione anche per rivedere e scegliere un altro stile di vita. “Il fatto di disporre di meno denaro ti può far vedere altri aspetti della vita. Il fenomeno del downshifting, meno dispendio più qualità della vita, fa organizzare le persone in modo diverso: si costituiscono in GAS (gruppi di acquisto solidale), organizzano delle vacanze non all’ultimo minuto e al prezzo più alto, scelgono la bicicletta al posto della macchina. “

Riprogettare la propria carriera richiede agli individui una grande flessibilità, una grande capacità di adattamento. Ma questa stessa flessibilità, sottoliinea Chiara, manca completamente alle aziende. “L’ aziende dovranno cambiare molto in questo, ora non hanno il coraggio di assumere una persona inoccupata, quella stessa persona che magari solo un anno prima avrebbero super pagato solo perché rivestiva una posizione ufficiale. Oppure tendono ad assumere le persone per lo stesso ruolo che hanno svolto da sempre non riuscendo a concepire che le persone si trasformano e si reinventano in ruoli diversi. Per non parlare della rigidità a prendere in considerazione persone di grande qualità ed esperienza ma che hanno superato i quaranta”.

E grandi cambiamenti li dovrà fare anche la società e il mercato del lavoro: “UnBreakFast parte dal presupposto che nel mercato del lavoro di oggi trovarsi temporaneamente senza fissa occupazione è una situazione assolutamente ordinaria che fa parte, a suo modo, di un percorso di crescita personale e professionale.”.

E se “allenarsi a cambiare” diventa la sola possibilità per gli individui di superare il momento traumatico della perdita del lavoro, lo stesso allenamento dovrà impararlo la nostra società : la cultura italiana infatti ha una storica incapacità di vivere cambiamento ed incertezza come delle possibilità. Se consideriamo infatti quello che Geert Hofstede, sociologo e studioso delle differenze interculturali, definisce l’annullamento dell’incertezza, ovvero il bisogno di ridurre al minimo il rischio, possiamo vedere dei confronti interessanti. In Italia il bisogno di annullare l’incertezza si attesta sul valore di 75, mentre negli Stati Uniti è 46 e in Cina è addirittura 30. Certo c’è chi sta peggio di noi: per la Grecia è 112 e per il Portogallo è 104, così per prendere due esempi a caso .
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venerdì 3 settembre 2010

Orientarsi nei boschi e in mare aperto come nella burocrazia: il caso dei comuni di Reggio Calabria


E' il resoconto di un esperienza Outdoor che ho condotto con alcuni Comuni della Provincia di Reggio Calabria tra giugno e luglio di quest'anno e pubblicata sul portale della Formazione Esperienziale.



Lo scetticismo iniziale

Era stata accolta con un po’ di scetticismo, anche tra gli addetti ai lavori. Alla vigilia, nella conferenza stampa di presentazione, la nostra stessa, onesta ammissione era stata che: «non era possibile prevedere l’efficacia e i risultati di questa metodologia». Un’incertezza iniziale generale dovuta precipuamente al fatto che la “formazione esperienziale” proposta in modalità Outdoor Training Management®, per la Pubblica Amministrazione locale del Mezzogiorno d’Italia, rappresentava una novità di fatto assoluta. Malgrado fosse già stata sperimentata da tempo e con grande successo nelle regioni del Settentrione, in particolare nel settore delle aziende private, nessuno aveva mai pensato infatti di far conoscere e praticare anche al Sud – e progettata e dedicata esclusivamente ai dipendenti pubblici, per giunta – questa metodologia di formazione/azione alternativa a quella tradizionale. Continua a leggere

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martedì 20 luglio 2010

La gara di canoa


La storia è vecchia ma gli spunti di riflessione sempre attuali :-)))

C'era una volta una squadra italiana di canoa.
Una società italiana e una giapponese decisero di sfidarsi annualmente in una gara di canoa, con equipaggio di 8 uomini.
Entrambe le squadre si allenarono e quando arrivò il giorno della gara ciascuna squadra era al meglio della forma, ma i giapponesi vinsero con un vantaggio di oltre un chilometro.
Dopo la sconfitta il morale della squadra italiana era a terra. Il Top Management decise che si sarebbe dovuto vincere l'anno successivo e mise in piedi un gruppo di progetto per investigare il problema.
Il gruppo di progetto scoprì dopo molte analisi che i giapponesi avevano sette uomini ai remi e uno che comandava, mentre la squadra italiana aveva un uomo che remava e sette che comandavano. In questa situazione di crisi il management dette una chiara prova di capacità gestionale: ingaggiò immediatamente una società di consulenza per investigare la struttura della squadra italiana.
Dopo molti mesi di duro lavoro, gli esperti giunsero alla conclusione che nella squadra c'erano troppe persone a comandare e troppo poche a remare.
Con il supporto del rapporto degli esperti fu deciso di cambiare immediatamente la struttura della squadra. Ora ci sarebbero stati quattro comandanti, due supervisori dei comandanti, un capo dei supervisori e uno ai remi. Inoltre si introdusse una serie di punti per motivare il rematore:" Dobbiamo ampliare il suo ambito lavorativo e dargli più responsabilità".
L'anno dopo i giapponesi vinsero con un vantaggio di due chilometri. La società italiana licenziò immediatamente il rematore a causa degli scarsi risultati ottenuti sul lavoro, ma nonostante ciò pagò un bonus al gruppo di comando come ricompensa per il grande impegno che la squadra aveva
dimostrato.
La società di consulenza preparò una nuova analisi, dove dimostrò che era stata scelta la giusta tattica, che anche la motivazione era buona, ma che il materiale usato doveva essere migliorato.

Al momento la società italiana è impegnata a progettare una nuova canoa....

Ti viene in mente qualcosa?
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domenica 20 giugno 2010

Interculturalità

Ho chiesto ad Ingrid, (coach, responsabile di www.coachpeople.it ) di fare una breve intervista per un corso che stavo preparando sull'interculturalità.
Mi interessava sapere come una professionista (ma anche una donna) tedesca vivesse l'impatto con la cultura del lavoro in Italia, che cosa era stato per lei difficile, strano o divertente.
E così ho scoperto che non per tutti Fantozzi fa ridere e che la sua comicità ha poca presa sui tedeschi. Provate a dare un'occhiata, al di là dei clichè Ingrid sottolinea delle apparenti piccole differenze che ci fanno capire meglio non solo come sono i tedeschi ma anche come siamo noi.

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venerdì 4 giugno 2010

Le arti marziali e la formazione


Workshop di Luciana Zanon al Convegno Nazionale AIF sulla Formazione Esperienziale
Riva del Garda 31 aprile - 1 marzo 2010

Ormai sono moltissimi i dati che dimostrano che lo stato di coscienza e il pensiero possono cambiare parametri quali la glicemia, le endorfine, il numero dei recettori presenti nei linfociti.
Il nostro stato mentale cambia il modo in cui la pianta del piede aderisce al suolo e, viceversa, una certa postura fisica influisce sullo stato di coscienza.
Imparare a respirare, avere una maggior consapevolezza del proprio corpo, dei propri stati mentali e di quelli del proprio interlocutore permette di gestire meglio situazioni di tensione e di difficoltà che si incontrano normalmente nella vita lavorativa.

Vedere il piccolo significa essere illuminati.
(Tao,52)



Il Qigong: Qi (o Chi) è l'energia sottile presente nell'universo, l'energia vitale che pervade ogni cosa, noi compresi, e fluisce attraverso il nostro corpo. Il termine cinese (che troviamo anche in "Tai Chi") equivale al giapponese "Ki" o al sanscrito "prana". Gong significa letteralmente tempo e lavoro: in questo caso è riferito a una forma di esercizio e disciplina. Praticare Qigong significa risvegliare e coltivare il Qi (che spesso, per diversi motivi, è bloccato e non scorre liberamente), migliorare la propria salute fisica e mentale, prevenire e sconfiggere la malattia, far emergere potenziali nascosti, creatività e capacità intellettuali superiori.

Il Tai-chi chuan è un’arte marziale e in quanto tale ha come obiettivo lo sviluppo interiore del guerriero, lo sviluppo dell’attenzione per l’avversario, per la gravità, per l’aria.

“Il Tai-chi chuan è un’arte cinese che ci rimanda a migliaia di anni fa. I suoi movimenti sono aggraziati, il tempo di esecuzione è lento e i suoi benefici numerosi. E’ l’unica forma di esercizio fisico in cui non si deve impegnare forza muscolare nel movimento. I miglioramenti dipendono dalla consapevolezza interiore e non dalla forza esteriore. Dietro ad ogni movimento di Tai-chi si trova la filosofia dello Yin e dello Yang. “

Nella filosofia taoista Yin e Yang rappresentano i due principi complementari che governano ogni processo la cui armonia dipende dall’equilibrio dinamico in cui essi si trovano

“In Occidente l’esercizio fisico accentua lo sviluppo della muscolatura, mentre il Tai-chi chuan sviluppa sia corpo che mente. Esso ha alla base una filosofia che non solo mira a favorire la salute, ma che può essere applicata alla vita di tutti i giorni” .

Le qualità che Chi Gong e Tai-Chi chuan sviluppano sono:

STABILITA’ – FLESSIBILITA’
AUTOCONTROLLO – ESPRESSIONE DI SE'
ASCOLTO DI SE’ – ASCOLTO DELL’ALTRO
CONCENTRAZIONE – AZIONE
MANTENERE IL PROPRIO CENTRO – CAMBIARE RAPIDAMENTE
CALMA - MOVIMENTO


I collegamenti con il mondo professionale sono diversi:

• ascolto di sé e del proprio corpo, individuazione dell’energia interiore o di possibili blocchi e tensioni, riconoscimente delle proprie emozioni e dei propri pensieri
• concentrazione anche in un ambiente disturbato, focalizzarsi sull’obiettivo mantenendosi vigili anche alle altre variabili, gestire la complessità
• cambiamento, consapevolezza della necessità del cambiamento, riconoscere il flusso energetico che scorre in noi e contemporaneamente nell’universo; flessibilità continua, continuando a mantenere il proprio centro
• ascolto: percepire l’altro, percepire l’ambiente, affinare la propria sensibilità, osservare negli altri forza e debolezza;
• attenzione e ricettività : sviluppare attenzione anche ai segnali deboli;
• flessibilità: non opporsi al nemico ma usare la sua forza, flettersi davanti agli ostacoli per poi superarli, aggirare le difficoltà, gestire conflitti e aggressività;
• qualità: ricercare sempre il miglioramento, responsabilizzazione personale, controllo di sé;
• uso del respiro : uso della voce, parlare in pubblico, autocontrollo, gestire lo stress


POSSIBILITA’ FORMATIVE

Le arti marziali possono essere utilizzate in abbinamento anche con le classiche attività formative dove l’approccio è anche cognitivo. A seconda delle esigenze si potranno quindi progettare sessioni più esperienziali alternate ad altre di tipo cognitivo.

Le aree di applicazione possono essere:

• Conoscere e gestire lo stress;
• Gestire i reclami;
• Gestire l’aggressività (propria ed altrui)
• Tecniche di vendita personalizzata;
• Negoziazione;
• Ascolto ed empatia;
• Tecniche di gestione dei collaboratori;
• Gestione del cambiamento;
• Ascolto di se stessi e sviluppo dell’autoconsapevolezza
• Parlare in pubblico.

A CHI SERVE

A tutti coloro che rivestendo posizioni di responsabilità vogliono:
• migliorare la propria concentrazione e attenzione
• controllare l’impazienza e l’impulsività
• aumentare la capacità di ascolto di sé e degli altri
• sviluppare un maggior equilibrio.

Ma anche ad operatori sottoposti a stress particolari e a situazioni difficili.
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venerdì 30 aprile 2010

Counseling: per ri-orientarsi quando cambiano i riferimenti. Uno strumento per riattivare le energie costruttive e creative delle persone


“È come svegliarsi una mattina e trovare che qualcuno nella notte ha spostato tutti i mobili di casa tua”. Così descrive la sensazione di smarrimento Filippo all’indomani dell’annuncio di acquisizione della sua azienda.
Fusioni, cambiamenti organizzativi, cessioni di rami d’azienda, cambi di ruolo, ristrutturazioni: ormai siamo abituati alle rapide e continue trasformazioni che le aziende sono costrette a fare, specie in tempi di crisi, per essere competitive e rimanere sul mercato.Eppure, quando arriva, il cambiamento coglie sempre impreparati. Chi non l’ha scelto, ma comunque lo deve condividere come per esempio Filippo, si sente catapultato suo malgrado in una realtà nuova, dove le prospettive di colpo sono stravolte. Smarrimento, paura, rabbia sono i sentimenti che molto spesso accompagnano le persone coinvolte e questo stato d’animo ostacola il difficile processo di integrazione che richiede invece molta energia, disponibilità e flessibilità.

Tutte le culture di fronte alle crisi hanno elaborato come meccanismo regolatore per l’equilibrio degli individui, dei riti di passaggio individuali e collettivi. Si pensi ad esempio come i riti dei morti, anche molto diversi fra loro, permettano a chi perde il proprio caro di elaborare all’interno di una comunità il lutto che la perdita comporta. E lo stesso si può dire per altre crisi di cambiamento: l’adolescenza, il matrimonio, le nascite.

Nella nostra società però non abbiamo più tempo per i riti di passaggio, troppi e troppo veloci sono i cambiamenti e le crisi che dobbiamo continuamente affrontare. Non c’è tempo per fermarsi, per sentire, per condividere, per traghettare se stessi nella nuova situazione. Se questo è vero nella società in generale, lo è ancor di più nel mondo delle imprese, dove il fare e il fare presto è un imperativo categorico.

Come per la perdita di una persona cara, anche il cambiamento nella cultura organizzativa comporta sempre un periodo – più o meno lungo – di lutto: è necessario del tempo perché la perdita di identità culturale su cui si imperniava il senso di appartenenza organizzativa venga sostituito o integrato a livello individuale dalla nuova cultura. In questo periodo di tempo le persone sperimentano una serie di stati d’animo che rischiano di rendere difficoltoso lo svolgimento della vita professionale. Con costi molto elevati dal punto di vista del rendimento e della performance.

La perdita di identità culturale (subito accompagnata dalla paura della perdita del proprio ruolo all’interno dell’organizzazione stessa) stimola uno stato di confusione e, in seconda battuta, di disorientamento. Sono venuti a mancare i punti di riferimento organizzativi (o sono fortemente minacciati) e tutto quanto sino a un momento prima risultava familiare, rassicurante, un “ancoraggio” per il proprio senso di identità professionale, improvvisamente non è più certo.

La reazione a questo tipo di sensazione può essere diversa a seconda delle persone: alcune sperimentano sentimenti di rabbia (con comportamenti distruttivi ai limiti del sabotaggio, una sorta di neo-luddismo); altre se ne vanno sbattendo la porta sentendosi tradite; altre negano il cambiamento in atto; altre, la maggioranza, rimangono paralizzate dal disorientamento.

Il counseling assume in questo contesto la funzione del rito di passaggio e diventa il luogo dove poter elaborare la perdita e trovare un nuovo significato personale nella dimensione attuale. Diventa il luogo dove poter ascoltare e dare voce alle proprie emozioni e ai propri pensieri, dove poter condividere paure ma anche speranze e nuove possibilità. Il luogo dove esplorare i confini della nuova identità professionale e del suo ambiente di riferimento, dove ritrovare il senso del proprio percorso professionale e re-indirizzarlo, se necessario.

Il colloquio con il counselor fa da incubatrice per la nuova identità professionale (a volte non solo) che deve formarsi, delinearsi, prendere vita. Un luogo protetto, accogliente, sicuro dove dare voce alle proprie paure, speranze, necessità profonde in relazione al cambiamento che si deve affrontare.

Ma come funziona?

Il percorso di counseling, che può essere individuale o di gruppo, come ogni rito che si rispetti ha delle fasi ben precise, che possiamo identificare con i diversi momenti in cui la nuova identità prende forma:

1) Come sto, cosa provo, quali sono i sentimenti, spesso contrastanti, che vivo in questo momento. Permettersi di dire/dirsi anche cose come:
“Alle volte, certe mattine, sono così arrabbiato per quello che è successo, che non vorrei neanche più presentarmi in ufficio”
“ Mi sento come fossi stato tradito, dopo tanti anni di lavoro mi sembra di non avere più voce in capitolo. Non avrei mai pensato di sentirmi così triste a causa di questa azienda”
Questa è la fase iniziale, durante la quale l’individuo o il gruppo riflettono sulla propria situazione e prendono piena consapevolezza delle conseguenze che essa ha sulla loro salute emotiva.

2) Chi sono io, quali sono le mie attitudini, cosa so fare, che cosa mi dà gioia quando lo faccio. Esplorare le proprie risorse personali e professionali. Cosa mi è successo in altre situazioni di cambiamento, quali sono le strategie che ho utilizzato, quali sono state più utili.
Dopo essersi guardati dentro, ci si può guardare un po’ intorno per capire quale è il nostro reale raggio di azione nella nuova realtà, e questo in parte comprende anche la fase successiva.

3) Chi sono gli altri, qual’ è il nuovo contesto e la nuova cultura. Quali sono i valori di riferimento, posso condividerli?
È molto importante potere sentire i confini etici e operativi della nuova realtà organizzativa come propri, per questo è fondamentale che l’organizzazione lavori sulla definizione della nuova cultura organizzativa quanto prima, possibilmente in un’ottica il più possibile di governance (per esempio con counseling di gruppo)

4) Come voglio essere: come posso utilizzare il mio essere e il mio sapere nella nuova cultura.
È l’ultimo passaggio: dopo aver riflettuto su di me e sui miei bisogni fondamentali, aver osservato la nuova realtà in cui ci si deve muovere e essersi confrontato dal punto di vista della comunanza di obiettivi e della motivazione... bene è ora di definire un possibile ruolo nella nuova organizzazione, per ricominciare da dare un senso al suo quotidiano professionale.

I percorsi possibili

Il counseling è uno strumento molto flessibile, che ben si adatta ai ritmi non sempre governabili delle organizzazioni anche complesse. Ecco qualche esempio di percorsi possibili, individuali e di gruppo.

Incontri di sostegno al cambiamento di ruolo (8 – 10 incontri circa) possono essere offerti al nuovo management per aiutarlo a indossare con maggiore sicurezza e assertività i nuovi panni organizzativi. Percorsi di counseling di gruppo possono coinvolgere diverse aree dell’organizzazione per promuovere una riflessione e co-progettazione della nuova cultura organizzativa. Percorsi di counseling infine, possono essere offerti alle persone cui viene offerta una “via di uscita” come accompagnamento al distacco dall’organizzazione.
Alessandra Cosso e Luciana Zanon
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mercoledì 24 marzo 2010

Life planning, la capacità di conciliare aspirazioni e priorità professionali e personali Luciana Zanon per il Sole 24 ore


Il concetto di work life balance, equilibrio cioè fra vita e lavoro, contiene una contraddizione implicita perché contrappone i termini vita e lavoro: nel suggerire la necessità di un equilibrio fra il tempo dedicato al lavoro e quello dedicato alla vita, suggerisce anche il pensiero che quando si lavora non si vive e quando si vive non si lavora.

Una contrapposizione forte; eppure in un vecchio concetto di impresa, che continua a chiamare le persone risorse umane, il lavoratore è concepito come prestatore d’opera, al massimo prestatore di idee. .

Questo concetto di impresa sta scomparendo, e si sta facendo strada una nuova cultura, quella della Corporate Social Responsability che vede l’impresa non solo rivolta al business, ma anche attenta alla comunità, all’ambiente e in particolare a tutte le persone coinvolte, clienti, fornitori, dipendenti.

In questa visione la risorsa umana diventa persona, e quindi lavoratore sì, ma anche genitore, coniuge, figlio, con la passione per la montagna o per il teatro, impegnato in attività sociali oppure sportive.

È all’interno di questa concezione che le imprese hanno cominciato a chiedersi come le politiche gestionali possano favorire un giusto equilibrio fra vita lavorativa e personale. Hanno cominciato a chiedersi come sviluppare il benessere delle proprie persone, consapevoli che un lavoratore soddisfatto della sua condizione in generale è anche un lavoratore più produttivo.

Ma accanto alla responsabilità d’impresa c’è anche una responsabiltà individuale e l’impegno di ogni lavoratore e lavoratrice per il proprio benessere, per le priorità di vita e dell’utilizzo del tempo. Accanto al work life balance si sviluppa anche il tema del life planning, la capacità di conciliare aspirazioni e priorità professionali e personali.

WLB e impresa

Diverse ricerche dimostrano che le imprese che adottano policy aziendali orientate al work life balance, nel tempo raggiungono diversi vantaggi:
• Un miglior clima aziendale e una maggior produttività
• Una migliore customer satisfaction
• Una maggiore capacità di attirare e trattenere i talenti
• Una maggiore fidelizzazione dei collaboratori
• E, non ultimo, costi minori dovuti a congedi per malattia.

Spesso si pensa che sviluppare una cultura WLB significhi creare una serie di servizi aziendali che facilitino l’organizzazione di vita delle persone, come per esempio asili aziendali, servizi di spesa in ufficio, servizi di pagamento bollette interne, palestre per combattere lo stress e tenersi in forma lavorando.

Sono servizi certamente utili, ma non bastano per creare una cultura WLB. Intanto non tutte le aziende, specialmente le medie e le piccole, se lo possono permettere.
Inoltre non è detto che tutti i lavoratori necessitino di questi servizi. Per esempio chi non ha figli, o ha figli già grandi. Chi non ama lo sport e per tenersi in forma e combattere lo stress preferisce la lettura di un libro oppure lavorare all’uncinetto.

Non basta soprattutto se, come alle volte succede, le imprese forti del fatto di aver istituito questi servizi, implicitamente chiedono ai propri dipendenti di rimanere ancora più a lungo.

Sicuramente la capacità di creare un’organizzazione del tempo flessibile può aiutare molto l’individuo a bilanciare il proprio tempo: poter lavorare da casa, avere degli orari flessibili, gestire il tempo di lavoro a seconda della propria organizzazione familiare e dei propri bioritmi, utilizzare il part time in funzione del proprio ciclo di vita sono strumenti, che aumentano molto il locus of control interno e quindi il sentirsi padroni della propria vita.

Ma anche qui, la semplice istituzione della flessibilità non è sufficiente se la cultura generale non cambia, se per dirla in parole povere, sopravvive l’equazione presenza = merito, se per potersi sentire sicuro il manager deve avere in ogni momento il controllo sulle persone, se insomma, come succede in tante realtà aziendali, chi si ferma di più è il più meritevole.

Molte aziende sono ancora bloccate in una cultura datata di rigido controllo della presenza e del tempo. È una cultura che però non stimola creatività e partecipazione, elementi indispensabili in una cultura del lavoro sempre più centrata sulla conoscenza.
Potremo dire che ora it's time to work smarter, not longer.

La concezione del tempo

Possiamo paragonare il tempo all’aria che respiriamo: è un elemento così vitale e scontato che non ci pensiamo fino a quando non comincia a mancarci.
Da un punto di vista esistenziale, ognuno di noi vive come se avesse davanti a sé un tempo infinito. Nonostante cognitivamente sia chiaro che la nostra vita avrà un tempo finito, il fatto di non sapere quanto ne abbiamo a disposizione, ci fa concepire il tempo come illimitato. Insomma come individui è difficile interiorizzare il famoso memento mori.

Nello stesso tempo però e paradossalmente, viviamo in una cultura che considera il tempo una risorsa sempre più limitata. Tutto deve essere fatto il più in fretta possibile, qualsiasi attività si trasforma in una corsa contro il tempo. Questo è particolarmente vero nel mondo del lavoro dove tecnologie e cambiamento continuo accelerano ogni giorno di più i nostri ritmi di marcia.

Il paradosso è che come individui siamo compressi tra due concezioni opposte: il tempo quotidiano è insufficiente ma il tempo della nostra vita è illimitato.
Il risultato è che siamo costantemente di corsa e completamente incapaci di fermarci e riflettere su come stiamo impiegando il nostro tempo.
Oberati giorno per giorno da mille attività, continuiamo a posticipare in un immaginario tempo futuro, quelle che ci riguarda come individui.
Ci lamentiamo di non aver abbastanza tempo per leggere, per approfondire (per esempio i temi di lavoro che ci interessano di più). Ci lamentiamo di non stare abbastanza con i figli, di non poterci dedicare alla meditazione, ai viaggi, alle nostre passioni.

Alle volte una grave malattia o un evento luttuoso obbligano a fermarsi ed impongono la riflessione. Il toccare con mano che la vita ha un termine, mette di fronte ad un bilancio esistenziale: che uso ho fatto del mio tempo e che uso farò del tempo che rimane.

E a questo punto la domanda è: perché questo bilancio non posso farlo costantemente, perché non mi assumo la responsabilità di come usare il mio tempo?

Life planning

Per fare un bilancio della propria vita è necessario assumere una prospettiva di lungo periodo. È quindi importante sapersi fermare ed attivare una riflessione che è impossibile fare quando si è travolti dalla frenesia quotidiana. Una domanda molto utile per rifocalizzarsi in una prospettiva più di lungo periodo è questa: immagina di avere ancora un anno di vita a tua disposizione, come vorresti impiegare il tempo che ti rimane?
È una domanda molto forte, ma che aiuta a centrarsi immediatamente sul progetto di vita.

Progettare la propria vita è un’azione fondamentale come individuo e come lavoratore. Per motivarsi nei differenti momenti della vita. Per verificare nel corso degli anni quali sono le priorità che necessariamente cambiano nel tempo.

Si tratta di sviluppare una nuova competenza, quella di alimentare vicendevolmente vita personale e vita professionale.

Per fare questo è importante attivare alcune domande fondamentali:
• che cosa do per scontato del mio tempo?
• quali sono state le priorità che mi hanno fin qui guidato?
• che cosa, in questo momento della mia vita, è per me prioritario?
• quali sono le priorità a cui mi voglio dedicare nei prossimi cinque anni?
• qual è la qualità delle mie relazioni professionali e di quelle personali?
• che cosa per me è logorante in questo momento?
• in quale ambito della mia vita, traggo le maggiori soddisfazioni e ispirazioni?
• e quanto questo ambito potrebbe diventare predominante a discapito degli altri?
• quanto per me è accettabile dedicare del tempo a me, alla mia famiglia, alla comunità, al mio lavoro?
• quanto spazio hanno i sensi di colpa nel riservare più o meno tempo ai diversi ambiti della vita?
• come legittimare le mie aspirazioni e neutralizzare i sensi di colpa?

Porsi queste domande e rispondervi non è certo facile. È un processo complesso che a volte richiede anche un supporto. Ma è l’unica possibilità per fare il punto, per sapere dove siamo e dove vogliamo andare. È l’unica possibilità per aumentare la propria consapevolezza e il locus of control della propria vita.

Poi sarà necessario attivare un piano, porsi degli obiettivi concreti, saper negoziare, prima dentro di sé e poi all’interno del proprio lavoro, nuovi spazi e diverse responsabilità.

Il concetto di work life balance, nato negli anni 70 soprattutto per rispondere alle esigenze delle madri lavoratrici, nel corso del tempo ha assunto una connotazione sempre più ampia e trasversale al genere, dando il via ad una vera e propria trasformazione culturale.
Ora non sono solo le donne che vogliono ricavare del tempo per la famiglia, ma anche gli uomini in alcuni momenti della loro vita professionale decidono che se ne vogliono occupare.
Il work life balance diventa sempre più interessante per tutti: uomini e donne, genitori e non genitori, single e coppie, impiegati e manager. Tutti indistintamente sentono sempre di più l’importanza di poter gestire il proprio tempo in modo più equilibrato.

Una recente indagine in UK ha dimostrato che la stragrande maggioranza dei lavoratori sono scontenti del proprio work life balance. E nello stesso tempo questi stessi lavoratori vedono come unica possibilità quella di poter cambiare lavoro, anziché rinegoziare il proprio modo di lavorare, spingendo verso una maggior flessibilità.

E forse è proprio qui il punto di incontro fra bisogni individuali e bisogni delle imprese.
Il salto culturale per le aziende sarà proprio quello di capire che un buon work life balance conviene all’individuo ma conviene all’azienda.
• Che in momenti diversi della vita ogni individuo può portare all’azienda energie diverse: l’entusiasmo e la presenza di un neo laureato così come la riflessività e la saggezza di chi è alle soglie della pensione.
• Che una buona realizzazione della vita personale non può che arricchire la vita professionale: se un individuo coltiva la sua creatività attraverso hobby e passioni, la stessa creatività la potrà portare in azienda.
• Che le competenze che si sviluppano nella vita personale possono essere utilizzate nel mondo del lavoro: ad esempio le doti organizzative di una madre, la capacità di negoziare e gestire i conflitti di un genitore di figli adolescenti, le abilità di team work di chi è impegnato in attività sociali e così via.
• Che creare individui workaholic, che traggono maggior piacere nel lavoro piuttosto che nella vita privata, sul lungo periodo diventano un costo. Basti pensare alle spese sanitarie legate alle malattie da stress.

• Che in definitiva l’individuo è unico e che vita lavorativa e vita personale si possono alimentare l’una con l’altra anziché contrapporre come due entità separate.

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domenica 17 gennaio 2010

Allenarsi a lavorare in squadra


Conversazione con Ingrid Hollweck sul Team Coaching

“Il lavoro di squadra è uno dei valori fondanti della nostra azienda!” Quante volte si sentono affermazioni simili nelle occasioni ufficiali, ma quante volte questa affermazione corrisponde a realtà o diventa invece uno slogan privo di alcun fondamento, disatteso perfino da chi lo declama con tanto entusiasmo?

Lavorare in team è la modalità operativa che sempre più le aziende nei contesti complessi sostengono e promuovono al loro interno. Questo è particolarmente vero in tutte quelle realtà che forniscono servizi e prodotti avanzati che richiedono un’alta integrazione di saperi diversi, dove approcci, competenze e ruoli differenti sono un elemento imprescindibile per un’ottima prestazione. Ma lavorare in team non è affatto facile: la diversità è un elemento di ricchezza che però, se non è gestita correttamente, può creare diffidenza ed ostilità.
Quando questo accade vi è una difficile e dispendiosa gestione delle attività lavorative di tutti i giorni e, in maniera particolare, una cattiva capacità di affrontare le situazioni critiche o di emergenza. Gli individui sono più impegnati a mantenere i loro schemi di riferimento abituali, a difendersi piuttosto che a sviluppare la creatività per la risoluzione dei problemi comuni.

Un ottimo strumento per allenarsi nel lavoro di squadra è il Team Coaching. Ne parliamo con Ingrid Hollweck di Coachpeople.

Ingrid: molto spesso ci si rivolge ad un Team Coach perché si notano delle distonie, quali liti frequenti, scarsa circolazione di informazioni importanti, o addirittura il blocco delle attività quotidiane. Una diagnosi un po’ affrettata potrebbe far pensare a semplici difficoltà interrelazionali fra i membri del gruppo. Spesso però la causa dei problemi è da ricercare in una mancata chiarezza sui singoli ruoli all’interno del team, così come in una scarsa identificazione nel team stesso e nei suoi obiettivi. Senza il riconoscimento dei valori e degli obiettivi comuni, senza l’identificazione di tutti con il team e senza condivisione sulle regole del gioco, si ottiene un gruppo di solisti, ma non un team unito e vincente.

E quando non ci si riconosce negli stessi obiettivi e nei valori del team è facile che il confronto fra i membri si trasformi in conflitto. Cosa può fare quindi il Team Coach quando lo scontro si fa duro?

Ingrid: il fatto che ci sia un vivace scambio d’opinioni è - di per sé - un segnale positivo che dimostra che ci si sente sicuri di poter esprimere apertamente le proprie opinioni. E ogni conflitto che viene affrontato apertamente è meglio di un conflitto soppresso. Quando la critica però diventa non-costruttiva o quando si perde di vista il focus e l’obiettivo dell’incontro, il Coach deve intervenire per riportare il team sulla strada che consente di raggiungere i risultati prefissati in maniera efficace ed efficiente.

Dunque la mancanza di comunicazione o l’incapacità di collaborare per un obiettivo comune può essere un buon motivo per chiedere l’aiuto di un Team Coach. In quali altre situazioni potrebbe essere utile ricorrere al TC?

Ingrid: le altre motivazioni tipiche per cui un’azienda utilizza il TC sono legate a dei cambiamenti organizzativi. Ad esempio dopo una fusione si può costituire o ri-costituire un team. O ancora in occasione dell’integrazione di un nuovo team manager o di un nuovo componente del team.

Mi puoi spiegare quali sono le differenze ed i punti in comune fra Team Coaching e Coaching Individuale?

Ingrid: mentre nel Coaching Individuale, il Coach supporta il cliente nell’esprimere al meglio le proprie potenzialità, perseguendo degli obiettivi individuali, nel Team Coaching ci si focalizza su di un obiettivo condiviso e raggiungibile solo attraverso lo sforzo congiunto di tutto il Team.
In entrambi i casi l’approccio metodologico del Coach è quello di un facilitatore dei processi di cambiamento trasformazionale, con l’obiettivo di ottenere una performance migliore.
La differenza principale tra TC e CI sta nel fatto che il team coaching non si focalizza sul miglioramento delle singole potenzialità degli individui, ma si concentra sulla ottimizzazione dei processi collettivi e interrelazionali fra i membri del team. Insomma il TC non consiste in una serie di sessioni di coaching individuali in pubblico; l’obiettivo è ottimizzare le azioni e le dinamiche di team, non necessariamente attraverso il miglioramento del potenziale individuale.

Normalmente come reagiscono le persone coinvolte in un Team Coaching? Cosa ne pensano, cosa temono e cosa apprezzano? Come cambia la partecipazione nel corso del tempo?

Ingrid: normalmente il Team Coaching è recepito molto bene. Lo si considera un momento utile di auto-riflessione e si apprezza la possibilità di avere uno spazio per discutere le tematiche inerenti il funzionamento del gruppo; tutto ciò con l’aiuto di un ‘facilitatore esterno” e senza la partecipazione del capo diretto. Il facilitatore esterno consente di arrivare ai risultati più velocemente, mentre l’assenza del capo diretto aumenta la sicurezza nel team di poter esprimere apertamente le proprie opinioni, senza dover temere delle ripercussioni organizzative.
Spesso i team durante le fasi iniziali si comportano in modo “riservato”. Hanno aspettative e idee molto differenziate sul TC. Perciò nei primi incontri il Coach deve guadagnarsi innanzitutto la loro fiducia, dimostrandosi un ottimo professionista in grado di accompagnare il gruppo verso l’eccellenza.

Secondo te quali sono le abilità principali di un Team Coach, quali sono le conoscenze di base e le caratteristiche personali?

Ingrid: oltre alla conoscenza di tutti gli strumenti metodologici utilizzati nel coaching individuale (ad esempio la tecnica di porre domande efficaci, l’ascolto attivo, la capacità di individuare il focus, la definizione del piano d’azione, etc.), il Team Coach deve saper gestire le dinamiche di gruppo, deve conoscere i principali strumenti per la diagnosi di team e per la facilitazione delle discussioni di gruppo. Un Team Coach deve saper presidiare con sicurezza e tranquillità anche le situazioni critiche, ad esempio i conflitti emergenti. Oltre a queste competenze metodologiche, un Team Coach deve conoscere molto bene il contesto aziendale, le tematiche tipiche del settore merceologico e deve dimostrare di avere un’ottima cultura di base in economia e cultura aziendale. I Team Coach che possiedono un’esperienza aziendale pluriennale, preferibilmente in posizione di management, sono accettati più facilmente sia dal cliente che dal team. Conoscenze di psicologia, una generale “sensibilità” per l’essere umano, ottime competenze comunicative e la capacità di autoriflessione e autocritica, completano il profilo ideale di un Team Coach eccellente.
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lunedì 2 novembre 2009

Foglie in autunno


C'è un bellissimo racconto di Mauro Corona, sulle foglie in autunno. Ogni foglia ha una sua storia, una sua personalità. Basta saperle osservare.

LE FOGLIE

Ad ogni ritorno dell’autunno gli alberi lasciano cadere le foglie. Sono stanchi, sfiniti disorientati dalle carezze di bizzarre primavere e torride estati. Hanno sopportato pazienti, temporali, uragani, venti improvvisi e violenti e il sole di luglio che ha brunito le loro chiome di un bel verde bronzo antico. Ora hanno voglia di riposare, riflettere e apprestarsi al sonno dell’inverno.
In questa fase preparativa devono essere soli, perciò lasciano cadere le loro foglie sulla terra. Prima però di abbandonarle ai venti dell’autunno le vestono con abiti splendidi, tinti di mille colori, caldi e accesi. È il loro ultimo regalo di genitori prima che esse si disperdano, ognuna nel proprio ignoto viaggio. Ma alla nascita ogni foglia eredita geneticamente le peculiarità del padre albero, così che, all’avvicendarsi della morte autunnale, si può capire, dal modo in cui le foglie cadono, il carattere di ogni famiglia chiomata.
Per rendersene conto basta andare nei boschi il mese di novembre, sedersi e ascoltare. Il fenomeno incuriosirà l’orecchio di tutti.. Il larice solitario e malinconico, re dei costoni ripidi, lascia cadere i suoi aghi silenziosamente, al minimo tocco di mano o di alito di vento. Gli aghi non volano via ma si depositano ai suoi piedi con brusio lieve di finissima pioggia. Sono riconoscenti verso il genitore e non vogliono morire lontano da lui.
Vi è poi diritto, liscio, bianco e bello, l’acero altezzoso. Le sue foglie, quando cadono, devono farsi notare, come il padre. Allora nel silenzio del bosco si udranno rumori secchi come di cartocci pesanti che piombano in terra. Da lì le foglie vorrebbero andarsene subito a farsi vedere anche altrove, ma i giovani venti non le degnano di un soffio. Solo qualche vecchio refolo stanco e brontolone le muove un po’ qua e là, per non sentirsi inutile.
Il duro, contorto, stentato e ossuto carpino è un essere timido e triste. Si vergogna della sua forma senza grazia e se ne sta in disparte, in luoghi impervi e pietrosi. Le sue foglie non fanno rumore a morire; cadono in silenzio e lo fanno anche di notte. Quando sono sul terreno si nascondono tra i sassi che danno vita allo sfortunato genitore.
Il faggio, invece, da incosciente pazzerellone a cui tutto va bene e non si scompone in nessuna situazione, si separa dalle sue chiome così come vive, con allegria e noncuranza. Le manda via ridendo, a sciami interi, leggere e chiassose, fluttuanti nell’abito marrone scuro. Le foglie si sparpagliano dappertutto, senza il minimo rimpianto del luogo natio. Giocano con i venti capricciosi e preferiscono quelli bizzarri e violenti che le portano in ogni dove. Irridono alla morte, le foglie di faggio, e stanno molto unite al momento del distacco. Infatti, quando Eolo si riposa nelle grotte di Bozzìa, si possono incontrare nei luoghi più strani cumuli enormi di foglie di faggio, già pronte a ripartire.
Il frassino, bello, elegante e pieno di classe, non ama la monotonia dei luoghi comuni e odia la linea retta. Cresce alto e sinuoso nelle sue curve si possono intravvedere forme umane. Non si separa dalle foglie prima di aver insegnato loro la danza, ed esse, quando è giunto il momento di andarsene, lo fanno con arte e senza rimpianti, scendendo in terra girando e piroettando con grazia come virtuose ballerine. E non si fermano nel punto di caduta ma vanno lontano, incontro al loro destino, sempre ruotando armoniosamente.
Ma se una di esse, mentre stai nel bosco, si posa per caso vicino a te osservala: noterai nel suo viso cartaceo la malinconia.
Vi sono anche alberi egoistici, cinici, possessivi e dominatori. Quelli che non vorrebbero mai invecchiare e che, come certi genitori, esigono e pretendono che i loro figli siano i più bravi e i più belli, e che mai si allontanino da loro. Un esempio, fra i tanti, è l’agrifoglio. Sempre pulito, perfetto e in ordine, eclatante nel contrasto tra le bacche rosso sangue e le foglie sempre verdi. Il genitore le tiene fissate a se stesso, estate e inverno, e si vanta della sua splendida famiglia.. ma quelle foglie hanno addosso la rabbia e il rancore di non potersi mai muovere, di non conoscere altre foglie e di confrontarsi con loro. Sono diventate acide e scontrose come vecchie zitelle; il loro corpo si è fatto ostile e ha preso linee nervose e dentato con il bordo dentato e spinoso. Sul loro viso non vi è tristezza o malinconia ma solo odio e invidia per le fortunate sorelle che possono morire volando via.
Le foglie del pioppo fanno parte della vasta categoria dei figli sfortunati. Il loro padre è un albero disgraziato: non ha nessun pregio, viene evitato da tutti e non è buono nemmeno per fare fuoco. Lui tenta di consolarsi dicendo che dalle sue foglie nasce la carta per i libri, ma dentro di sé sa benissimo che è una magra consolazione. Quando cadono, le foglie del pioppo sono quasi già morte. Vogliono farla finita presto, ancora prima di staccarsi dai rami. Scendono molto veloci perché l’aria non le regge più a causa dei buchi che una vita infelice ha aperto nel loro tessuto. Scompaiono presto nell’humus, e nel loro mesto volo non hanno più alcun colore.
Il maggiociondolo è un albero nobile, fiero e duro. Non è superbo come il noce o il tasso ma molto riservato: un genitore premuroso e fatalista che abbandona le sue foglie con decisione e le concede ai venti autunnali senza rimpianti. Esse abbracciano il terreno con dolcezza in gruppi di tre per volta, tenendosi per mano come buone sorelle. Resteranno attaccate insieme per molto tempo fino a quando il gelo della terra non verrà a separarle. Nel frattempo il maggiociondolo si sarà addormentato con la coscienza tranquilla.

Il noce è il più antipatico, arrogante, superbo e pieno di boria di tutti gli alberi che conosco. Nel mio lavoro devo vedermela spesso con lui e gli ho chiesto il perché di tanta tracotanza.
“E’ colpa vostra – ha risposto – siete stati voi, uomini incauti, a concedermi potere attribuendomi tutti quei pregi che forse non ho. Come fate, del resto, con molte altre cose inutili. Assegnate valori supremi e irrinunciabili a mille cretinerie per complicarvi la vita. Volete mobili in noce, pavimenti in noce, scale in noce, cruscotti di auto in noce, e perfino la cassa da morto in noce. Con la vostro ignoranza e stupidità mi avete reso potente e ora ne pagate le conseguenze.
Non risposi.
Le foglie del noce scendono giù con clamore, sprezzanti e fracassone. Nemmeno morendo rinunciano a farsi una sfacciata pubblicità. Volano unite in rametti composti di nove sorelle attirando l’attenzione come per dire:
“Attenti tutti, stiamo crepando, ma siamo foglie di noce!”
Però si spengono con coraggio consolandosi nella convinzione che tutto prima o poi deve morire. Una di loro, un giorno che si discuteva di morte, intuì il mio timore e ghignò:
“Non te la prendere, che anche la morte muore, perché quando si muore, muore con noi anche la morte.”
Le foglie di noce non sono più utilizzabili nemmeno nei lavori dei contadini a causa di una vecchia storia.
Una volta, il capostipite di tutti i noci del mondo ebbe un diverbio con una mucca che si grattava le corna su per la sua corteccia. Volarono parolacce perché neanche la mucca scherzava. Allora il noce stizzito decise di non concedere mai più le sue foglie per fare il letto alle bestie. Da quel giorno se un contadino s’azzarda a usare come strame le foglie di noce, in poche ore le mucche che vengono a contatto con esse non danno più latte.
Non è più possibile, per ovvie ragioni di spazio e di conoscenza analizzare i momenti ultimi di tutte le foglie della Terra. L’osservare questa realtà però mi ha fatto riflettere. Ho notato come sempre in natura esistano esseri fortunati e altri disgraziati, oppure brutti, potenti, miseri, simpatici, meschini e così via. Anche nel regno vegetale, come in quello degli uomini e in tutto ciò che ha vita, c’è chi muore in silenzio e che se ne va con clamore di trombe. Ma so anche per esperienza che quando quest’inverno andrò a camminare per i boschi ormai spogli, di tutte quelle foglie non vi sarà più traccia. Colori, profumi, brusii, silenzi saranno scomparsi in un unico, informe strato incolore. E verrà allora la prima neve a coprire col suo bianco velo pietoso quei miliardi di morti diversi, diventati ora tutti uguali.

Mauro Corona da “Il volo della martora”
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lunedì 29 giugno 2009

Riflessioni di un manager qualunque


Articolo pubblicato su 7th floor e presentato al Festival dell’innovazione. Roma

“Il futuro non è più quello di una volta” si può leggere sul muretto del ponte che collega il Parco Sempione con via XX settembre passando sopra le Ferrovie Nord a Milano.
Certo, penso fra me e me, è vero il futuro non è più quello di una volta e probabilmente questo è sempre stato vero per tutte le epoche e tutte le generazioni, ma oggi che il futuro non sia più quello di una volta forse è ancora più vero di un tempo.
“I secoli precedenti hanno sempre creduto in un futuro o ripetitivo o progressivo. Il XX secolo ha scoperto la perdita del futuro, cioè la sua imprevedibilità.”* . Dunque è così, il futuro non si può prevedere, le conoscenze cambiano rapidamente, le aziende ed il lavoro si trasformano con altrettanta rapidità e quindi come attrezzarsi per il futuro?

“Una grande conquista dell’intelligenza sarà, infine, quella di potersi sbarazzare dell’illusione di predire il destino umano. L’avvenire resta aperto e imprevedibile.”
Oddio aperto e imprevedibile! E come faccio ad organizzarmi la vita, dove li metto i miei progetti e i miei desideri, a cosa potranno mai servire le mie competenze, che cosa me ne farò della mia esperienza in un futuro senza direzione?
“L’inatteso ci sorprende. Il fatto è che ci siamo installati con troppa grande sicurezza nelle nostre teorie e nelle nostre idee, e che queste non hanno alcuna struttura di accoglienza per il nuovo. Il nuovo spunta continuamente: non possiamo mai prevedere il modo in cui si presenterà, ma dobbiamo aspettarci la sua venuta, cioè attenderci l’inatteso.”* Eh già, facile a dirsi, ma intanto io come mi sento ad attendere l’inatteso, a non sapere dove dirigere i miei sforzi perché tanto tutto è imprevedibile. Solo ai tempi di mio padre sapevi che prendere quel tipo di laurea ti avrebbe assicurato una certa carriera professionale, ma ora a trent’anni, hai già cambiato diverse mansioni e continuamente l’azienda ti chiede di cambiare per star dietro a fusioni, nuove tecnologie, nuovi modi di gestire i clienti.
“E, una volta giunto l’inatteso, si dovrà essere capaci di rivedere le nostre teorie e idee più che far entrare con il forcipe il fatto nuovo nella teoria incapace di accoglierla veramente.”*
Alle volte addirittura annullare le nostre teorie, con il coraggio di chi riparte da zero se per davvero vuoi accogliere il nuovo, ma questo quanto mi costa, per cosa tutta questa fatica?
“Come l’ossigeno uccideva gli esseri viventi primitivi fino a quando la vita non utilizzò questo corruttore quale disintossicante, così l’incertezza, che uccide la conoscenza semplicistica, è il disintossicante della conoscenza complessa.”*
Dunque è questione di sopravvivenza, rinunciare alle mie certezze e coltivare deliberatamente l’incertezza è l’unica speranza per sopravvivere. Ma alle volte, lo ammetto, l’incertezza più che apparirmi come il disintossicante della conoscenza semplicistica, mi fa passare notti insonni a chiedermi cosa farmene della mia esperienza. La parola d’ordine per tutti sembra essere cambiamento ma a volte a questa parola segue come pensiero immediato la perdita del proprio sapere.
“Ciò di cui ci stiamo occupando è l’esperienza di imparare ad imparare, imparare a risolvere i problemi e a prendere decisioni, o più precisamente imparare circa l’incertezza, il disagio, l’ansia connessi con la risoluzione dei problemi, il lavoro, il creare.”**
È così, è proprio così:il contenuto della mia conoscenza alle volte è solo un fardello, è una falsa sicurezza di poter sapere, è una conoscenza chiusa e ripetitiva che impedisce anche solo di vedere nuovi problemi e nuove soluzioni. Ed è altrettanto vero che guardare al futuro vuol dire misurarsi con il disagio e con l’ansia e imparare a non farsene travolgere.
Ma tutta questa fatica solo per la sopravvivenza?
“Voglio trovare un senso a questa storia
Anche se questa storia un senso non ce l’ha.
Voglio trovare un senso a questa vita
Anche se questa vita un senso non ce l’ha”***
Ecco è questo, la fatica la posso fare purché abbia un senso, un senso per me. Il cambiamento va bene, l’azienda mi chiede continuamente di cambiare ma perché cambiare se non so a che cosa serve il mio lavoro. Mi chiedono di motivare le persone, ma come posso farlo se a volte io stesso perdo il senso di quello che sto facendo?
Ecco dare un senso al mio lavoro, anche se, adesso, un senso non ce l’ha.
“Ripensare ai propri pensieri, anche sul lavoro, significa provocare ispirazione, creatività, innovazione, e aumentare la libertà”****
Anche dentro le organizzazioni, è questo che è necessario cercare: uno spazio per ripensare ai propri pensieri. Quale innovazione ci può essere se non c’è poesia, ispirazione, creatività? Ma incredibilmente queste parole sembrano fare a pugni con il linguaggio delle aziende, cosa c’entra l’ispirazione con il raggiungimento degli obiettivi, cosa c’entra la libertà con il profitto aziendale?
Eppure come posso essere innovatore se non mi sento libero ed ispirato?
“Le certezze stanno tramontando e per affrontare i problemi di oggi non bastano il metodo e la dottrina consolidata: i nuovi strumenti vanno cercati soprattutto dentro di sé e nelle persone intorno a sé.”****
Come posso essere creativo, io con le mie persone, se la mia e la loro anima è altro dal lavoro di tutti i giorni? Fermarsi e riflettere dunque sui propri pensieri e alimentare la forza creativa interiore.
“Voglio trovare un senso a questa vita
Anche se questa vita un senso non ce l’ha
Sai che cosa penso
Che se non ha un senso
Domani arriverà...
Domani arriverà lo stesso”***
Certo domani arriverà lo stesso, ma quante persone, colleghi di successo, ho visto svuotarsi piano piano a furia di super lavoro e ad un certo punto non poter dare più nulla né al proprio lavoro né alle loro stesse vite? Quante persone ho visto inaridirsi e perdere se stesse…
“Il miracolo dell’osservare è che mentre stai osservando il tuo corpo, il tuo osservatore diventa più forte;mentre osservi i pensieri, il tuo osservatore diventa più forte. Quando stai osservando i tuoi stati d’animo, l’osservatore è diventato così forte che può rimanere sé stesso, a osservare se stesso, proprio come una candela che , nella notte oscura,non illumina soltanto tutto ciò che ha intorno, ma illumina anche se stessa.”*****
Ringrazio il writer milanese che con il suo pensiero ha scatenato riflessioni, timori, speranze di un manager come tanti. Forse il futuro non è più quello di una volta, ma attrezzarsi per il futuro, come un tempo, è cercare la propria creatività, trovare il coraggio di ascoltare se stessi, creare gli spazi per la propria libertà. E accettare infine di essere un vero innovatore, non di subire il cambiamento.
“Tempo verrà in cui,
con esultanza saluterai te stesso,
arrivato alla tua porta,
nel tuo specchio [….]”******


* Edgar Morin. “I sette saperi necessari all’educazione del futuro”
** Elliot Jaques ,“Lavoro creatività e giustizia sociale”
***Vasco Rossi, “Un senso”
**** Andrea Vitullo, “Leadership riflessive”
***** Osho, “The Golden Future”
****** Derek Walcott, “Mappa del nuovo mondo”
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martedì 2 giugno 2009

Sciamanager (sviluppare leadership con lo sciamano)

Da qualche tempo collaboro con www.formazione-esperienziale.it come "inviato speciale" e questo è l'inizio del resoconto della mia prima spedizione.

Sii impeccabile con la parola, non prendere nulla in modo personale, non dare niente per scontato, fai sempre del tuo meglio, esiste solo un momento – questo. Comincia in questo modo Sciamanager, con queste cinque non facili “regole” e con l’accordo di resettare il proprio passato per focalizzarsi esclusivamente nel presente, come in una sorta di mondo parallello. Un po’ di mistero e siccome nessuno sa chi sei e cosa hai fatto finora, la possibilità finalmente di non recitare sempre la solita parte.
E questo direi è il primo punto forte, originale e catalizzante: non parlare del proprio passato, del proprio lavoro, della propria immagine ma concentrarsi solo sul qui ed ora. È già un bell’esercizio.

Naturalmente ci sta una breve introduzione allo sciamanesimo, alla visione tolteca e alle sue concezioni fondamentali. Prima fra tutte, probabilmente ispiratrice di questo corso, la concezione che tutto è energia e campi energetici, e quindi qualsiasi evento può essere letto in questa chiave. L’energia se non viene bloccata da abitudini, pensieri ricorrenti ed emozioni parassite porta allo sviluppo, alla trasformazione e al cambiamento. Da questo punto in avanti la maggior parte del corso è dedicata ad esercizi per attivare l’energia, per essere consapevoli (e domare) il proprio dialogo interno, per conoscere e sviluppare le emozioni che portano alla trasformazione, per diventare insomma un guerriero che combatte e si muove nel mondo con forza e libertà. Un corso per leader, ma che non parla di comportamenti da leader; tanto per intendersi niente lista delle azioni che differenziano il leader dal manager o che definiscono i vari stili di leadership.
E questa è già un’altra buona notizia, una formazione alla persona e non al ruolo. Una sensibilizzazione all’ascolto, di sé, della natura e della sua energia, per decidere ognuno in autonomia i propri comportamenti da leader-guerriero. Belli gli esercizi su cosa pensa la mia testa, sull’inventario di energia. Forse potrebbe aiutare qualche stimolo in più per esercitarsi su energia e contesto lavorativo.

Mito e rituale è un altro focus originale......

Per continuare a leggere vai su www.formazione-esperienziale.it Ti puoi iscrivere e scaricare un sacco di documenti interessanti.


A chi consigliarlo: a tutte quelle aziende e persone che non hanno paura di cambiare (o che forse ce l’hanno ma nonostante questo lo desiderano fortemente). Se siete interessati la prossima edizione è il 20 e 21 giugno (http://www.sciamanager.com/).

A chi sconsigliarlo: a quelle aziende e persone che hanno bisogno di un approccio razionale, che vogliono sapere con chiarezza contenuti, metodi e soprattutto output.


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lunedì 16 marzo 2009

CONFINE O CONFINO? PROSPETTIVE DEL NEO NOMADISMO IN TEMPI DI CRISI


“E’ come trovarsi di fronte ad un immenso spazio vuoto, ma non il baratro nel quale mi sembrava di precipitare quando mi svegliavo di soprassalto la notte, no…è come una distesa infinita dove si vede l’orizzonte. Certo ogni tanto ho paura, chissà cosa mi accadrà, ma se ripenso a quello che mi sono lasciata dietro, ancora mi sento soffocare, come in una prigione angusta.”.
Nel deserto, terra d’elezione dei popoli nomadi ed esempio eccellente di assenza di confini, chi arriva dalle nostre claustrofobiche città spesso prova un senso di vertigine di fronte all’immensità dello spazio. La stessa vertigine che possiamo provare di fronte alle nuove possibilità che non abbiamo mai considerato, perché al di là dei nostri immaginari confini.
Così le parole di Sophie, raccolte in uno degli ultimi incontri di coaching, testimoniano la nuova prospettiva di chi ha scelto di ampliare i suoi orizzonti.
La cultura stanziale dell’occidente, centrata su organizzazione e previsione, ci ha abituati a costruirci delle prospettive ben definite entro cui agire. Eppure la storia degli ultimi anni sempre più spesso ci lancia messaggi discrepanti, la globalizzazione, le nuove tecnologie, i mercati finora sconosciuti mettono tutti i giorni alla prova la nostra sedentarietà.
La stabilità è continuamente minacciata e allo stesso tempo minacciante.

Essere Nomadi vuol dire rinunciare ad un lavoro che non piace, come Sophie, che un po’ nomade lo è sempre stata. Nata negli Stati Uniti da padre francese e madre argentina, entrambi i genitori musicisti è stata abituata fin da bambina a spostarsi per seguire le loro tournee. A tre anni conosce già tre lingue, altre tre le impara crescendo. Agli spostamenti con i genitori seguono gli spostamenti per studio, poi per accompagnare il marito. Dopo l’Università comincia a collaborare con una società finanziaria, si sposta da uno stato all’altro per poi trasferirsi a Parigi, dove entra nel mondo della moda. Gira il mondo, assume incarichi sempre più importanti, riceve molte proposte, cambia azienda, fino ad approdare alla direzione del marketing di un’importante società del settore.
Eppure quando ci incontriamo, sente che qualcosa non funziona più.
Sono dei piccoli segnali, la stanchezza e una leggera depressione al mattino prima di andare al lavoro; la sofferenza e il senso di inadeguatezza se qualcosa non è più che perfetto; la mancanza di piacere quando raggiunge i risultati, i risvegli improvvisi nel cuore della notte.
Per Sophie è ora di cominciare un viaggio diverso, non più attraverso i continenti, ma dentro di sé. Nelle prime sedute di coaching ripercorrere le sue scelte lavorative e comincia a chiedersi: “Perché ho scelto questo lavoro? Che cosa mi spinge ad affannarmi così per raggiungere un successo che poi non mi da soddisfazione?”. È un viaggio doloroso e con molti rischi. Il rischio di scoprire che tutte le sue fatiche non sono altro che il desiderio di compiacere, di sentirsi dire brava, di sentirsi sempre all’altezza. “Ma allora qual è la reale Sophie? Qual’è il mio vero talento?”. Il rischio di scoprire che c’è un’altra Sophie che vuole uscire dal copione scritto tanti anni fa e ormai fin troppe volte recitato.
Dopo molte riflessioni, ha preso coraggio, ha deciso di rinunciare al vecchio mondo e si è licenziata fra lo stupore di tutti. Ancora non sa esattamente cosa farà, ma di certo quello che vuole scoprire sono le sue motivazioni profonde, dopo arriverà il lavoro giusto per lei.
“E’ come trovarsi di fronte ad un immenso spazio vuoto….”

Se la capacità d’interpretare i movimenti delle nuvole, il colore di un tramonto o la direzione del vento era un sapere indispensabile ai popoli nomadi, ora sempre più diventano importanti la capacità di scorgere cosa c’è più in là di quello che vediamo nell’immediato.
Sempre più spesso, come specie e come individui, avvertiamo l’urgenza di tornare ad un neo nomadismo, ad una nuova capacità di esplorare, al coraggio di lasciare dietro di se quello che fino ad oggi era familiare.
Ma questo costa fatica: la nostra storia ci ha abituato a prevedere, programmare, a sapere esattamente cosa faremo domani, a limitare, a mettere i confini.
Ignari spesso che sul vocabolario alla parola “confine” segue la parola “confino”.

Essere Nomadi vuol dire smettere di lamentarsi e rischiarsi in un'attività tutta nuova come Giovanni.
Giovanni è un ingegnere-inventore, ai tempi direttore del servizio tecnico di un’importante azienda nel settore dell’elettronica nel Nord Est. Comincia a lavorarci a 27 anni e per i 10 successivi, lui e l’azienda crescono assieme. Parla di quel periodo con molto entusiasmo, descrivendolo come un momento magico e particolarmente creativo. Ma come spesso succede nelle favole ad un certo punto arriva qualche spirito maligno e distrugge il bel gioco: le aziende crescono, passano di mano, cambiano i vertici, cambia l’organizzazione. In questo caso alla creatività un po’ naif che era il motore della vecchia impresa si sostituisce un’organizzazione intelligente, fatta di obiettivi, metodo, procedure e finanza.
E a Giovanni cominciano a chiedere un diverso modo di lavorare e di gestire le persone, molto lontano dai suoi ideali.
Quando incominciamo il percorso di coaching è nella fase della lamentela, della depressione, del come sono sfortunato, “pensare che proprio adesso sto lavorando ad un idea geniale…di cui ora tutti se ne fregano…se solo fossero diversi…”.
La prima domanda, piuttosto dura ma indispensabile per sbloccare la sua energia, è: “Quale vantaggio posso ricavare da questo continuo biasimo?”. Giovanni realizza abbastanza in fretta che continuare così lo inchioda in uno schema indolente e così lavoriamo sulla seconda domanda “Quale scenario, mai immaginato, posso disegnare davanti a me?”, domanda che innesca una fase molto creativa.
Alterna momenti di euforia ad altri in cui si sente scoraggiato, fasi in cui gioca con la sua immaginazione ad altri in cui realisticamente utilizza analisi di mercato. Approda infine ad importante decisione: brevetta l’idea geniale cui stava lavorando, fonda la sua società, e comincia a rimboccarsi le maniche per vendere.
Ora fra i suoi clienti annovera anche la sua vecchia azienda.

Essere nomadi significa essere curiosi, mettere la testa fuori dal guscio, conoscere il diverso, riconoscere sé stessi, fare progetti più grandi, rompere infine il guscio e cominciare a vivere. Ma superare il confine nell’era global-tecnologica, è anche aprirsi allo spazio interiore, concedersi di ampliare i propri orizzonti esistenziali. Essere nomadi allora implica che lo sguardo possa spaziare non solo oltre, ma più che mai dentro di sé.

Essere Nomadi vuol dire accettare di crescere e di avere successo come Andrea.
Nonostante l’aspetto più giovane della sua età, le continue battute, le camicie sgargianti ed un viso sempre in movimento, Andrea ha una rispettabilissima posizione all’interno di un’altrettanto rispettabile società milanese che si occupa di finanza. E’ approdato al mondo dell’economia dopo diverse esperienze, non tutte felici e non sempre conseguenti l’una con l’altra. Ma negli ultimi anni le cose vanno magnificamente bene, piano piano la sua squadra cresce e a lui viene affidato un incarico di grossa responsabilità, che coinvolge molti uomini e notevoli strutture.
Ma dopo l’euforia del primo momento, incredibilmente cominciano ad affiorare difficoltà insospettate: contrasti mai avuti prima con il capo, collaboratori, un tempo amici, ora distanti. Improvvisamente tutti gli chiedono di crescere, di prendere decisioni. Ma lui non sa se è tagliato per questo.
Ci incontriamo quando Andrea entra in crisi perchè i contrasti diventano davvero ingestibili nonostante, a suo dire, “…il mio comportamento sia sempre quello di un tempo…”
Ma forse è proprio questo il punto, il comportamento (e forse l’immagine di sé) non può rimanere lo stesso. Le prime domande sono intorno al suo nuovo ruolo. “Quali responsabilità e competenze richiede la mia nuova posizione? Sono sicuro di volermi impegnare così tanto? Che cosa mi impedisce di prendere decisioni che possono essere impopolari?”
E poi rivediamo le esperienze passate: “C’è una costante nel naufragio dei miei vecchi lavori? Che cosa mi costringe sempre allo stesso cliché, quello dell’eterno simpatico?”. Ed infine: “Che cosa voglio davvero per me stesso?”.
Dopo tanto interrogarsi e discutere, dopo apparenti decisioni smentite dagli atti, Andrea alla fine ha deciso di crescere e come un vero Nomade che si accinge a partire ha bruciato tutte le suppellettili inutili. Si è liberato dalle continue battute e dal vecchio cliché accettando finalmente le nuove responsabilità da adulto maturo.
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lunedì 2 febbraio 2009

Tai chi chuan per lo sviluppo personale










Intervista di Giulia D'Agostino su http://www.pnlpratica.com/blog/intervista-con-luciana-zanon/

GDA: Ciao Luciana, volevo iniziare questa chiacchierata chiedendoti quale tecnica di PNL trovi particolarmente efficace e/o hai usato con maggiore frequenza.
LZ: Senza alcun dubbio, la tecnica che utilizzo di più e che trovo davvero formidabile è il metamodello. Per chi si occupa di coaching penso che sia quasi d’obbligo conoscerla.
Con il meta modello, attraverso le giuste domande e l’ascolto, si riesce ad individuare la struttura del pensiero che si nasconde dietro ad affermazioni che possono apparire ragionevoli se non presti la dovuta attenzione. Non solo, il coachee, proprio grazie al metamodello, riesce a capire meglio il suo problema, a ridimensionarlo o a vederlo da una diversa prospettiva. Può riuscire quindi ad uscire da quella genericità e pervasività che spesso impedisce alle persone di attuare dei cambiamenti nel proprio modo di affrontare il mondo.
GDA: Quali sono i casi o le richieste più frequenti che ritrovi nella tua attività di coaching?
LZ: Io lavoro principalmente nel settore business, sia all’interno delle aziende che con clienti privati. È chiaro quindi che i bisogni che più spesso incontro sono legati alle competenze manageriali. Negli ultimi anni, tuttavia, mi sembra che due temi siano particolarmente “esplosi” : la gestione di situazioni conflittuali (che spesso vengono trattati all’interno di un team coaching) e la gestione dello stress.
GDA: Luciana secondo te quali sono le qualità più importanti in un coach?
LZ: La prima qualità è sicuramente di non aver bisogno del ruolo di coach per dar lustro alla propria persona. Sembrerà una banalità ma credo che la prima qualità sia proprio quella di essere centrati sul cliente, piuttosto che su di sé. Subito dopo arriva la capacità di essere degli ascoltatori sottili, di capire i bisogni che all’altro ancora non sono chiari e soprattutto di non confonderli con i propri. La terza qualità direi è quella di essere molto realisti, capaci cioè di definire degli obiettivi chiari, sfidanti ma raggiungibili, e che soprattutto migliorino la qualità della vita del coachee.
GDA: So che ultimamente ti stai dedicando a seminari nei quali affronti il tema della gestione dello stress attraverso esercizi di Tai Chi, puoi parlarcene? In cosa consistono?
Si, certo. Questi seminari affrontano il tema dello stress da diversi punti di vista: cognitivo (cos’è lo stress, cosa lo produce), mentale (quali sono i pensieri che ci mettono in situazioni di stress, le coazioni a ripetere che ognuno di noi ha e che contro ogni logica di benessere ci costringono in circuiti stressanti) e fisico. Come ben sappiamo lo stress ha sempre delle conseguenze fisiche: dalla semplice tensione alle malattie molto gravi ad esempio legate al sistema cardiologico. Parlare di stress senza tener conto del proprio corpo sarebbe riduttivo. E dunque un punto topico di questi seminari è quello di imparare a considerare il corpo come una fonte di informazioni preziosa, come uno strumento di conoscenza di sé e come una possibilità per migliorare il proprio benessere.
Attraverso il Tai Chi Chuan, abbiamo la possibilità di sviluppare i primi rudimenti di conoscenza e di percezione del proprio corpo.
Il primo step è quello di attivare delle tecniche che permettano di individuare le tensioni presenti in quel momento. Già questi semplici esercizi suscitano molto stupore: quando mai troviamo il tempo di fermarci per ascoltare le nostre spalle, le gambe oppure la schiena?
E quando abbiamo individuato le tensioni, si impara a trovare il modo di scioglierle e di lasciare nuovamente scorrere l’energia vitale o Chi, evitando così che in quella zona si sviluppi la malattia, come la medicina cinese insegna.
Un momento topico è legato alla posizione base del Tai Chi, dietro alla quale possiamo riconoscere uno dei capisaldi della filosofia di questa arte marziale: se vuoi affrontare e sconfiggere il tuo nemico (se vuoi affrontare e superare i momenti di stress) devi avere i piedi ben piantati per terra e la testa collegata con l’universo: solo così potrai avere solidità ed ispirazione. È così impariamo a percepire i nostri piedi, a renderli parte di noi e soprattutto ad ancorarli saldamente al terreno, per poi far scivolare il peso delle nostre preoccupazioni dalle spalle, giù fino ai piedi per scaricarli infine a terra.
Un altro caposaldo è imparare la respirazione profonda. Per i cinesi antichi la fonte dell’energia era localizzata nel nostro basso ventre (Tan Thien) e quindi se vogliamo riattivarla per essere più forti nell’affrontare il nemico dobbiamo imparare ad andarla a prendere attraverso il respiro. Imparare a respirare profondamente da dei benefici immediati: rilassa e nello stesso tempo rinvigorisce, rallenta il battito cardiaco e aumenta la capacità di focalizzazione. Inutile sottolineare i riflessi di questi benefici nelle gestione dello stress come nella vita di tutti i giorni. C’è un proverbio cinese che dice che ognuno di noi viene al mondo con un certo numero di respiri a propria disposizione, finiti i quali, kaput…finisce anche la nostra vita. E dunque se vogliamo vivere più a lungo non ci rimane che economizzare i nostri respiri e il solo modo per farlo è respirare profondamente.
Ed infine, un’altra grande qualità del guerriero di Tai Chi è la flessibilità: se vuoi vincere non ti devi opporre al nemico ma utilizzare la sua forza e ributtargliela contro. Pensiamo a tutte le situazioni conflittuali che ci affliggono e che sono una delle fonti maggiori di stress. Il Tai Chi insegna a non opporsi ma ad essere flessibili e rimandare indietro l’energia dell’avversario. Ci sono degli esercizi particolari, che si chiamano Tui Shou dove ci si esercita proprio in questa flessibilità. Ormai è accettato anche dalla medicina occidentale che lo stato mentale influenza lo stato fisico. Ma è vero anche il contrario, una certa posizione fisica influenza il nostro stato mentale: se imparo ad essere flessibile (e vincitore) di fronte ad un attacco fisico lo sarò anche di fronte a qualsiasi altro attacco.
Del resto anche la PNL considera il legame fra corpo e mente come uno degli elementi fondamentali della comunicazione e della terapia, infatti Erickson fra i suoi strumenti per entrare in relazione con i suoi pazienti utilizzava il rispecchiamento.
GDA: Davvero molto interessante questo accostamento con il Tai Chi. Un’ultima domanda, come pensi evolverà il coaching in Italia in questo momento di crisi che stiamo vivendo, pensi che le aziende percepiscano la necessità di affidarsi a questo tipo di figure professionali?
LZ: Penso che il coaching si svilupperà sempre di più e non solo nelle aziende. Credo che questo sia particolarmente vero nei momenti di crisi come quello che stiamo vedendo (per leggere un articolo su questo argomenti scritto da Luciana Zanon per 7th floor: http://www.7thfloor.it/2008/12/12/corsi-di-pnl-formazione-coaching-aula-videocorsi-in-dvd-e-nuovi-ebooks/). Alcune aziende, le più evolute, investono sul coaching e su tutti gli strumenti che possono aiutare gli individui ad affrontare la complessità. Quelle invece che non investono e si dimostrano cieche di fronte alle sfide, pensando di poter superare questi momenti con i soliti strumenti, forse non sopravviveranno. Continua a leggere!