
Articolo pubblicato su Aziendaitalia - WKI
Our lives begin to end the day we become silent about things that matter
Martin Luther King
“Anche
ieri sera l’ennesima riunione stressante, ormai non riesco più a sopportare il
mio capo, ogni giorno un motivo per controllare il mio lavoro e dirmi come devo fare, senza il minimo
rispetto e senza tenere in considerazione la mia esperienza e il mio modo di lavorare!”
Quante volte abbiamo sentito frasi come questa, dette con
rabbia o con desolazione, ma frasi che rivelano quanta sofferenza,
frustrazione, desiderio di rivalsa nei luoghi di lavoro si possano vivere. E
sorprendentemente, il carico più pesante non arriva dal lavoro in senso stretto
ma piuttosto dalla qualità dei rapporti che si creano con i colleghi, con i
capi, con i clienti. In definitiva con le persone con cui passiamo forse la
maggior parte del nostro tempo. Imparare a gestire questi momenti critici
diventa quindi molto utile sia per il benessere professionale sia per i
risultati aziendali.
Imparare a riconoscere e a gestire le situazioni critiche è
un’arte antica ma ancora molto attuale: quella del dialogo.
La comunicazione interpersonale
Nella vita di tutti i giorni, così come
nel mondo del lavoro, esistono momenti in cui si creano delle “empasse
comunicative” con chi ci circonda - familiari, colleghi, collaboratori o
superiori - che possono intaccare la nostra qualità della vita, personale e
professionale.
Molte di queste situazioni sono
associate a micro conflitti, diversità di vedute, giudizi stereotipati, impegni
mancati, scelte non condivise e hanno un impatto rilevante sulla nostra
carriera, sulle nostre relazioni e in generale sulla nostra qualità della vita.
Potrebbero essere delle situazioni in
cui, ad esempio, si vorrebbe dire ad un collega che ha un comportamento poco
rispettoso, riprendere un collaboratore per un impegno mancato, esprimere al
proprio capo il dissenso per una decisione che ci coinvolge, o ancora chiedere
qualcosa per sé.
Quando la “posta in gioco” è alta o le
opinioni degli interlocutori non sono allineate si crea un forte coinvolgimento
emotivo e può diventare critico prendere decisioni ottimali e agire al meglio.
Proprio per la delicatezza di queste
situazioni gli individui tendono a gestirle in modo istintivo e poco efficace: o
evitando qualsiasi chiarimento per timore di scoprirsi, di offendere o, al
contrario, lasciandosi guidare dall’istintività attraverso aggressività ed
escalation conflittuali.
Entrambe le opzioni sono altamente improduttive.
La prima perché evitando di chiarire la divergenza purtroppo non si elimina il
malessere ad essa associata; anzi di solito il rancore accumulato diventa una
barriera insormontabile che ci allontana sempre di più dall’interlocutore. La
seconda, anche se permette di “sfogarsi” e di esprimere il disaccordo,
difficilmente è una buona opzione per chiarire e ricercare una soluzione e più
spesso induce l’altro/a a difendersi e a contrattaccare.
In questo modo, non solo le divergenze
rimangono tali o addirittura si amplificano, ma vengono anche intaccate qualità
della vita e salute degli interlocutori: è infatti ampiamente dimostrato che
vivere in un ambiente conflittuale è fortemente debilitante per il nostro
sistema immunitario e di conseguenza per la salute stessa.
E allora che fare, si può imparare ad
affrontare questi momenti in un modo più efficace? Possiamo affrontare la
conversazione in modo che entrambi gli interlocutori ne escano soddisfatti? E’
possibile essere trasparenti al 100% e nello stesso tempo rispettosi dell’altro/a?
Se ne stiamo scrivendo naturalmente
pensiamo che sì, è possibile. È possibile uscire dal circolo vizioso “non dire -
ingoiare - covare - esplodere” e apprendere nuove strategie per riconoscere e
gestire tutte quelle conversazioni che, se ben affrontate, possono diventare
risolutive. Di certo capire cosa succede e definire nuove strategie di
comportamento è importante, ma l’aspetto cognitivo non è sufficiente per diventare
dei best performers nelle
conversazioni risolutive. L’altro “muscolo” da allenare è quello emotivo che
fortemente influenza il nostro modo di procedere e di reagire nei momenti di
empasse comunicativo.
Affrontare e superare l’empasse comunicativo
Allora vediamo alcuni passi
fondamentali.
Lavorare
su di sé: primo passo fondamentale è abbandonare
l’idea che sorge spontanea, e che spesso scambiamo per realtà, che sia l’altro/a la fonte del problema.
Probabilmente anche il nostro interlocutore pensa la stessa cosa e rimanere
sulle proprie posizioni non fa altro che alimentare la dinamica “chi ha ragione
- chi ha torto”, assolutamente
fuorviante per intraprendere una conversazione risolutiva.
Molto più utile invece porsi alcune
domande fondamentali:
- “Quali sono le emozioni che provo in
questa situazione?”
- “Quanto mi sento adeguato/a o
inadeguato/a rispetto all’interlocutore?”
- “Che cosa rende difficile questa
conversazione per me?”
Saper esplorare i propri vissuti
permette di uscire da quegli automatismi che normalmente si innescano nelle
situazioni difficili e che spesso ci impediscono di scegliere la strategia più
efficace.
Altra questione fondamentale è definire l’obiettivo che vogliamo ottenere nell’intraprendere
una conversazione risolutiva.
Quando siamo sotto attacco siamo portati
a difenderci e contrattaccare, entriamo nella logica del voler avere ragione e
questo diventa il fine della discussione perdendo così di vista l’obiettivo reale.
Piccolo esercizio:
riporta alla mente una situazione relazionale critica e prova a chiederti:
“Che cosa voglio realmente ottenere per me?”
“Che cosa voglio realmente ottenere per l’altro/a?”
“Che cosa voglio realmente ottenere per la relazione?”
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Lavorare
sulla storia: come nel bel film “Prospettive di un delitto”, lo stesso
avvenimento può essere raccontato in tanti modi diversi a seconda del punto di
vista di chi lo racconta.
Anche nella vita di tutti i giorni
succede la stessa cosa e ognuno di noi si “racconta la propria storia” inevitabilmente
carica di significati e di interpretazioni personali. Il problema in un confronto è quando alla propria storia, alla propria
interpretazione si attribuisce lo status
dell’oggettività. Anche in questo caso se i due interlocutori rimangono
inchiodati alla propria versione di oggettività, la possibilità di confronto si
riduce al minimo. Ecco allora che per trasformare in risolutiva una
conversazione conflittuale diventa fondamentale saper raccontare la propria versione dei fatti e nello stesso tempo incoraggiare
l’altro/a a raccontare la sua. E questo richiede da un lato la capacità (e
la volontà) di saper distinguere i fatti e dalle opinioni, dall’altro nello
stesso tempo la curiosità e il desiderio di conoscere la versione di chi in
quel momento si vive come avversario. Saper
chiedere e saper ascoltare senza pregiudizi permette di condividere i
significati diversi attribuiti allo stesso avvenimento ampliando in questo modo
la propria storia, la propria versione dei fatti.
Piccolo esercizio:
prova a raccontare una piccola controversia che hai vissuto mettendoti però
noi panni dell’altro/a usando le sue parole, le sue emozioni e il suo punto
di vista.
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Lavorare
sulla relazione: vuol dire essenzialmente essere in grado nel corso della
discussione di esercitare le due competenze dell’Intelligenza emotiva che
Goleman ha denominato “padronanza di sé” ed “empatia”.
Per padronanza di sé si intende la
capacità di riconoscere e gestire le proprie emozioni in modo che non siano di
disturbo all’obiettivo; l’empatia invece è la capacità di percepire i
sentimenti dell’interlocutore e di saper adottare il punto di vista dell’altro/a.
L’area di sicurezza emotiva
Queste due competenze permettono di individuare e costruire l’area di
sicurezza emotiva per entrambi e nello stesso tempo definire degli obiettivi che possano essere comuni a
entrambi gli interlocutori.
Costruire l’area di sicurezza vuol dire
saper impostare il confronto in modo chiaro ma non aggressivo, vuol dire saper
utilizzare la propria sensibilità per comprendere quando l’altro si sta
barricando e aiutarlo ad abbassare le difese.
Strettamente connesso a questo e
altrettanto importante è la capacità di identificare e rendere espliciti gli
obiettivi comuni presenti quando una relazione per motivi familiari o
lavorativi è inevitabile (ad esempio la relazione genitore-figlio/a oppure
capo-collaboratore o ancora collega-collega)[1].
Piccolo esercizio:
prova a scrivere l’incipit di una conversazione risolutiva con lo scopo di
rassicurare l’altro/a e individua un obiettivo che possa essere condiviso da
entrambi.
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Un po’ di teoria
Nella comunicazione fra gli individui,
spesso agiscono delle “regole” di cui non siamo consapevoli, ma che influenzano
l’esito della comunicazione stessa, in particolare quando la relazione è delicata.
Riprendiamo quindi alcune delle “regole”
principali che Watzlawick e altri definirono assiomi della comunicazione nella
loro mitica Pragmatica della comunicazione.
Impossibilità
non comunicare: due o più individui anche non parlando si mandano in
continuazione dei messaggi con il loro stesso comportamento. Pensate a quanto
avviene in uno scompartimento di treno o in ascensore, in cui con il non detto
si stabiliscono le regole della divisione dello spazio e/o del tipo di relazione
che si vuole/ non vuole intrattenere con l’altro.
Pensate a quanto sia importante il non
detto in una relazione delicata e a come un silenzio possa essere interpretato
in vari modi.
Comunicazione
Verbale - Non verbale - Paraverbale: i messaggi che mandiamo all’altro sono
caratterizzati dalle parole che usiamo, ma soprattutto dalla nostra mimica e
postura e dal nostro tono di voce. Anzi alle volte, pur usando le parole
giuste, veniamo interpretati più per il modo di dirle piuttosto che le parole
stesse. Vi è mai capitato di sentirvi dire, o di dire/pensare voi stessi: “Non
è quello che mi hai detto che mi ha fatto male, ma per come l’hai detto”?
Contenuto
e relazione: in ogni messaggio c’è una parte di informazione e una parte di
come intendo definire la relazione.
Immaginate i seguente messaggio: “Per
cortesia mi puoi fare questa fotocopia?”
Le parole definiscono l’informazione (ho
bisogno della fotocopia) ma il tono con cui chiederò questa cosa definirà la
relazione che intendo stabilire con l’altro. E il mio modo di fare questa
richiesta potrà essere interpretato ad esempio come un ordine che presuppone
una relazione up-down. Oppure, usando
le stesse identiche parole, ma con un tono diverso, come una richiesta gentile
che presuppone una relazione paritaria.
Questo assioma è particolarmente
importante nei dialoghi risolutivi dove l’aspetto conflittuale è sempre
presente.
Contenuto e relazione
Riprendiamo uno degli assiomi descritti
e consideriamo il seguente esempio.
Due coniugi stanno discutendo per le
prossime vacanze estive: lui propone la montagna e lei propone il mare. Siamo
in presenza di una potenziale situazione di conflitto visto che i desideri sono
completamente diversi. Come andrà a finire?
Dipende! Se la discussione è veramente
centrata su mare o montagna, e quindi sul contenuto, in realtà non dovrebbe
essere molto difficile trovare una soluzione: metà tempo in montagna e l’altra
metà al mare, oppure considerando quello che è stato fatto l’estate precedente,
o ancora considerando il budget a disposizione.
Il problema si complica assai, quando i
due coniugi stanno discutendo di mare- montagna solo apparentemente. In realtà
la discussione su dove andare in vacanza è un pretesto per stabilire chi l’avrà
vinta stavolta e cioè la relazione, la dinamica di potere fra le due persone. E
paradossalmente ad un certo punto della discussione potrebbe anche succedere
che quando uno dei due cede, l’altro pur di non dargliela vinta, ritorna sui
suoi passi e cambia di nuovo destinazione.
Esempi di questo tipo se ne possono
trovare a migliaia nella vita di tutti i giorni, sia familiare che professionale.
Ecco perché questo assioma è particolarmente importante. La persona allenata
nei dialoghi risolutivi dovrebbe essere sempre consapevole se la discussione è
a livello di contenuto oppure di relazione. Quando le persone sentono che l’area
relazione è violata è necessario mettere momentaneamente da parte i contenuti e
concentrarsi a ristabilire la sicurezza.
Il caso pratico
Il caso di Giovanni è stato proposto dal
diretto interessato in una sessione di counseling di gruppo in cui
partecipavano diversi manager. Il gruppo era composto da 8 persone e si è
incontrato per cinque volte proprio sul tema “Dialoghi risolutivi”. L’obiettivo
del counseling di gruppo era
affrontare casi concreti di situazioni comunicative critiche.
Giovanni racconta di essere molto deluso
dal comportamento di un giovane collaboratore - Marco - che da circa 1 anno e
mezzo lavora presso la sua unità con un contratto a tempo determinato. Marco si
è occupato della creazione e gestione del supporto informatico di un importante
progetto di comunicazione.
Ora proprio nel momento in cui il
progetto sta per essere varato, Giovanni scopre dal suo superiore che Marco
lascerà l’unità, perché sta per essere assunto dalla società di consulenza con
cui era in contatto. Come se non bastasse vista l’urgenza del momento Giovanni
dovrà rinunciare alle imminenti vacanze per supplire alla mancanza di Marco.
Questa scoperta getta Giovanni nel
totale sconforto.
Nel gruppo di counseling si indaga dunque su quali siano i sentimenti e le
sensazioni di Giovanni (padronanza di sé).
Le emozioni dominanti sono delusione,
senso di tradimento e ingratitudine. “Ma come con tutto il tempo che ho
dedicato a spiegargli le cose, l’ho seguito passo passo, l’ho presentato a
tutti i gruppi di lavoro. Per un ragazzo della sua età ha avuto un’ottima
occasione per crescere e per farsi conoscere e lui mi ripaga in questo modo:
non mi dice neanche direttamente che se ne va ma lo vengo a sapere da altri”.
A pochi giorni dalla scoperta però la
cosa rientra e il superiore di Giovanni gli comunica che Marco rimane con un
contratto sempre a tempo determinato rinnovato e con un piccolo aumento. Il
problema quindi apparentemente è risolto, anche le ferie di Giovanni sono
salve. Ma lui continua a sentirsi tradito, da un lato vorrebbe chiarire con
Marco ma dall’altro si sente ancora troppo arrabbiato. La sua domanda quindi è:
“Ne devo parlare o no visto che dovremo ancora collaborare su questo progetto
così importante e sfidante sia per me che per l’azienda?”.
Cerchiamo quindi di capire quale potrebbe
essere l’obiettivo di questo dialogo.
“Beh, vorrei dirgli che si è comportato
molto male nei miei riguardi, che ha tradito la mia fiducia e che se continua
in questo modo comprometterà tutti i suoi rapporti di lavoro …”
Ovviamente Giovanni, pur essendo
consapevole delle sue emozioni, ancora non ne ha preso distanza e non riesce a
staccarsi dalla sua visione dei fatti.
Con il gruppo facciamo un esercizio di empatia per provare a vedere la sua storia, la sua versione dei fatti.
Il gruppo mettendosi nei panni di Marco
ipotizza che:
· la sua emozione più
presente sia la preoccupazione/paura per il suo futuro;
· sia anche, come dice
Giovanni, bravo ed ambizioso e che quindi voglia cercare delle alternative che
lo soddisfino;
· sia meno coinvolto di
Giovanni nel progetto proprio perché preso dalla sue preoccupazioni.
A questo punto, adottando anche il punto
di vista dell’altro, aiutiamo Giovanni a ridefinire l’obiettivo del suo dialogo risolutivo: “Vorrei impostare il
rapporto di collaborazione ancora nei termini di fiducia; per questo vorrei
chiedergli la sua versione dei fatti e anche raccontargli come ho vissuto io l’intera
vicenda”.
Per aiutare ancora di più Giovanni
facciamo un role playing simulando l’incontro
con Marco. Dall’osservazione della simulazione il gruppo suggerisce a Giovanni
di:
· fare più domande a Marco
e ascoltarlo di più;
· non dare per scontato che
Marco abbia lo stesso suo coinvolgimento emotivo riguardo al progetto;
· evitare di fare la ‘paternale’
come tende a fare, per esempio nel R.P.
Nell’incontro successivo Giovanni ci
aggiorna: “Ho scoperto che Marco non mi ha messo al corrente perché la sua era
una strategia nella speranza di ottenere qualcosa, non c’era nessuna reale
intenzione di andare via perché è contento del lavoro e del gruppo. Non
immaginava che l’azienda consulente segnalasse tutto senza minimamente provare
prima a fargli una controproposta.
E’ giovane e ha ancora molto da
imparare. Seguendo quanto è emerso nel gruppo ho evitato di fare la paternale.
Gli ho solo detto, in modo chiaro, che se decidesse di cambiare, vorrei essere
messo al corrente per primo ed evitare quanto è già accaduto.
Il nostro rapporto di lavoro ripartirà
come prima anzi più schietto di prima proprio perché sono stato chiaro.
Sono soddisfatto di come è andato l’incontro,
penso che sia servito ad entrambi.
Abbiamo eliminato i castelli di sabbia e
ci siamo chiariti in modo pacifico ...ora se son rose fioriranno”.
[1]
Per approfondire:
- Pragmatica della
comunicazione umana, Watzlawick, Helmick Beavin, Jackson, ed. Astrolabio
-Conversazioni cruciali, Patterson, Grenny, McMillian, Switzler, ed.
Franco Angeli
- Crucial confrontation,
Patterson, Grenny, McMillian, Switzler, ed. McGraw-Hill
- Lavorare con intelligenza
emotiva, Goleman, ed. BUR.
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